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Columbia TriStar Films Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Eversmann: Josh Hartnett
Grimes: Ewan McGregor
McKight: Tom Sizemore
Sanderson: William Fichtner
Garrison: Sam Shepard


Un
corpo scelto di militari statunitensi viene inviato in Somalia a
supporto delle operazioni di pace dell’ONU. Siamo a Mogadiscio, il 3
ottobre del 1993: le unità dei Ranger e della Delta Force devono
affrontare una missione che prevede la cattura di due luogotenenti del
Generale Mohamed Farrah Aidid. L’azione, pianificata nei particolari,
fallisce e si trasforma nel più grave scontro a fuoco che gli Stati
Uniti hanno affrontato dopo i giorni del Vietnam. In un lampo, con l’abbattimento
di due elicotteri Black Hawk, la città diviene una gabbia di macerie in
cui ogni singolo abitante sembra voler imbracciare le armi per
sterminare i soldati americani. Piloti e battaglioni di soccorso vengono
allora trascinati in un inferno che li terrà in trappola per 18
interminabili ore.
È
necessaria una premessa a chiarire la posizione di chi non vuol
discutere il valore di un grande maestro: è una nuova usanza,
pericolosa e reiterata, quella di ricondurre l’opera di Ridley
Scott ai più recenti episodi della sua illustre carriera. Il
regista di "Thelma & Luise" e del fortunato
"Il Gladiatore" ha legato il suo nome
ed il suo talento a pellicole ben più seminali di questi
recenti successi, aggiornando il vocabolario stilistico della tradizione
cinematografica con esempi di avanguardia sospesi tra l’incanto della
visione e la fanatica cura del dettaglio: tra questi, l’ovvietà
ricorda istintivamente "Alien", "Blade Runner" e
"Black Rain – Pioggia Sporca". In prima analisi, il suo modo
di far cinema non ha subito trasformazioni evidenti: esiste ancora una
radice epica in ognuno dei suoi racconti, ancora una struttura che
inghiotte i personaggi convertendoli in strumenti dell’azione, ancora
grandi attori piegati alle esigenze della messinscena. Ancora, in
"Black Hawk Down", gli uomini esistono come incisioni sulla
pietra, come involontarie e confuse unità di un sistema complesso che
non possono controllare e, in alcuni casi, nemmeno percepire. È questo
stesso sistema a trasformarli in eroi passivi, tali non per scelta ma
per subordinazione al "fato", ad un universo irregolare e ai
suoi indeterminabili teoremi. Ma in questo film, comunque di innegabile
calibro, la formula del controllo viene applicata con lo stesso rigore
ed ottiene un efficacia discontinua.
Seppur
fedele alla funzione del "vedere", come atto aristotelico,
primo e appagante nel desiderio di conoscere, le sue immagini perfette
sembrano inchiodarsi nella mistificazione della realtà. Sono 2 ore e 20
minuti di film sistematicamente sezionate, con 30 minuti di prologo
identificativo, 20 minuti di inderogabile epilogo e circa 1 ora e 30 di
scontri a fuoco che hanno come più vicina comparazione l’antefatto di
"Salvate il Soldato Ryan". Crudo,
illusorio e documentaristico al tempo stesso, capillare
mentre trasporta lo spettatore sul campo di battaglia tra esplosioni e
colpi che questi, accompagnato nel film, impara presto a riconoscere e
ad intuire, Ridley Scott sottovaluta purtroppo
tutto ciò che è nel mezzo, inclusi un’adeguata logica narrativa ed
un giusto profilo dei protagonisti che quella guerra l’hanno
combattuta, sia gli attori sulla scena che, prima di tutti, i soldati
nella vita. L’esercizio stilistico, invece, grazie anche al supporto
di collaboratori come il direttore della fotografia Slawomir
Idziak ed il montatore italiano Pietro
Scalia, si forgia su di una base di chiaroscuri e campi lunghi
tutt’altro che pittorici, ma comunque ricondotti al cinema dalla
rappresentazione corrusca e inverosimile di una terra aspra. Un
film, quindi, di straordinario
impatto visivo, ma dal retrogusto scipito che può
trasformare il primo compiacimento dello spettatore in uno sguardo
perplesso, incapace ad afferrare l’immagine concreta dietro l’apparenza.