Anno VII - Numero 30 - Febbraio 2002

I film del mese


BLACK HAWK DOWN

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura
: Ken Nolan
Fotografia
: Slawomir Idziak
Scenografia
: Artur Max
Costumi
: Sammy Howarth Sheldon,David Murphy
Musica
: Hans Zimmer
Montaggio
: Pietro Scalia
Prodotto da
: Jerry Bruckheimer
(2002, USA)

Durata
: 143’
Distribuzione cinematografica
: Columbia TriStar Films Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Eversmann: Josh Hartnett
Grimes: Ewan McGregor
McKight: Tom Sizemore
Sanderson: William Fichtner
Garrison: Sam Shepard

Un corpo scelto di militari statunitensi viene inviato in Somalia a supporto delle operazioni di pace dell’ONU. Siamo a Mogadiscio, il 3 ottobre del 1993: le unità dei Ranger e della Delta Force devono affrontare una missione che prevede la cattura di due luogotenenti del Generale Mohamed Farrah Aidid. L’azione, pianificata nei particolari, fallisce e si trasforma nel più grave scontro a fuoco che gli Stati Uniti hanno affrontato dopo i giorni del Vietnam. In un lampo, con l’abbattimento di due elicotteri Black Hawk, la città diviene una gabbia di macerie in cui ogni singolo abitante sembra voler imbracciare le armi per sterminare i soldati americani. Piloti e battaglioni di soccorso vengono allora trascinati in un inferno che li terrà in trappola per 18 interminabili ore. 

È necessaria una premessa a chiarire la posizione di chi non vuol discutere il valore di un grande maestro: è una nuova usanza, pericolosa e reiterata, quella di ricondurre l’opera di Ridley Scott ai più recenti episodi della sua illustre carriera. Il regista di "Thelma & Luise" e del fortunato "Il Gladiatore" ha legato il suo nome ed il suo talento a pellicole ben più seminali di questi recenti successi, aggiornando il vocabolario stilistico della tradizione cinematografica con esempi di avanguardia sospesi tra l’incanto della visione e la fanatica cura del dettaglio: tra questi, l’ovvietà ricorda istintivamente "Alien", "Blade Runner" e "Black Rain – Pioggia Sporca". In prima analisi, il suo modo di far cinema non ha subito trasformazioni evidenti: esiste ancora una radice epica in ognuno dei suoi racconti, ancora una struttura che inghiotte i personaggi convertendoli in strumenti dell’azione, ancora grandi attori piegati alle esigenze della messinscena. Ancora, in "Black Hawk Down", gli uomini esistono come incisioni sulla pietra, come involontarie e confuse unità di un sistema complesso che non possono controllare e, in alcuni casi, nemmeno percepire. È questo stesso sistema a trasformarli in eroi passivi, tali non per scelta ma per subordinazione al "fato", ad un universo irregolare e ai suoi indeterminabili teoremi. Ma in questo film, comunque di innegabile calibro, la formula del controllo viene applicata con lo stesso rigore ed ottiene un efficacia discontinua. 

Seppur fedele alla funzione del "vedere", come atto aristotelico, primo e appagante nel desiderio di conoscere, le sue immagini perfette sembrano inchiodarsi nella mistificazione della realtà. Sono 2 ore e 20 minuti di film sistematicamente sezionate, con 30 minuti di prologo identificativo, 20 minuti di inderogabile epilogo e circa 1 ora e 30 di scontri a fuoco che hanno come più vicina comparazione l’antefatto di "Salvate il Soldato Ryan". Crudo, illusorio e documentaristico al tempo stesso, capillare mentre trasporta lo spettatore sul campo di battaglia tra esplosioni e colpi che questi, accompagnato nel film, impara presto a riconoscere e ad intuire, Ridley Scott sottovaluta purtroppo tutto ciò che è nel mezzo, inclusi un’adeguata logica narrativa ed un giusto profilo dei protagonisti che quella guerra l’hanno combattuta, sia gli attori sulla scena che, prima di tutti, i soldati nella vita. L’esercizio stilistico, invece, grazie anche al supporto di collaboratori come il direttore della fotografia Slawomir Idziak ed il montatore italiano Pietro Scalia, si forgia su di una base di chiaroscuri e campi lunghi tutt’altro che pittorici, ma comunque ricondotti al cinema dalla rappresentazione corrusca e inverosimile di una terra aspra. Un film, quindi, di straordinario impatto visivo, ma dal retrogusto scipito che può trasformare il primo compiacimento dello spettatore in uno sguardo perplesso, incapace ad afferrare l’immagine concreta dietro l’apparenza.

Francesco Russo


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