Anno VII - Numero 30 - Febbraio 2002

I film del mese


THE BELIEVER

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Henry Bean 
Soggetto: Henry Bean e Max Jacobson
Fotografia
: Jim Denault
Scenografia
: Carrie Stewart
Costumi
: Jennifer Neumann
Musica
: Joel Diamonds
Montaggio
: Mayne Lo, Lee Percy
Prodotto da
: Christofer Roberts
(USA, 2001)

Durata
: 100’
Distribuzione cinematografica
: Eagle Picture

PERSONAGGI E INTERPRETI

Danny Balint: Ryan Gosling
Curtis Zampf: Billy Zane
Lina Moebius: Theresa Russel
Carla Moebius: Summer Phoenix
Drake: Gleen Fitzgerald
Carleton: Kris Eivers

"The Believer" è la storia vera di Danny Balint, ebreo e neonazista. La metamorfosi dell’esistenza del giovane è narrata dal regista Harry Bean. Danny sin da fanciullo ha ravvisato nello studio della Torah (La Legge ebraica: la parola di Dio) una contraddizione: e cioé che la condizione ebraica è destinata (sheol: destino), perché apolide, a soccombere sempre, a vivere quindi di pietismo, e a dover assimilare le coordinate commerciali dei paesi in cui errando passano gli ebrei. A questa schiavitù – a detta di Danny – morale ed esistenziale, Danny reagisce diventando un neo-nazista: partecipa a convegni sino a divenire personaggio di spicco dellla "White Power" americana. Ma quando ritroverà tra le sue mani le parole di Dio, la contraddizione vivente che lui stesso incarna diviene puro sacrificio.

Il percorso che illustra il regista (e sceneggiatore) Bean è complesso, eppur lineare: Danny risponde ai numerosi interrogativi che la dottrina ebraica innesca nella sua mente (uno per tutti il concetto di "hebel", nulla, come Dio, spazio-infinito) con la certezza che solo combattendo il vero ebreo può acquisire dignità: "Perché Israele è nata grazie ad Auschwitz", ripete Danny. Allora, lui che odia se stesso e il suo popolo, perché immateriali ma astratti, ovvero slegati da ogni tradizione, ma solo intellettuali e non pratici, invece, proprio in virtù di un sofisma astratto, passa nella porzione opposta, del polarismo schizofrenico, che combatte la sua psiche. Danny diviene nazista per mettere a tacere la sua crescita caratterizzata dalla cultura ebraica, non – attenzione – per rimuoverla, ma per reinventarla come causa necessaria alla sua ribellione: sono nazista perché sono ebreo, sottomesso, allora, aspiro a conquistarmi la dignità, agevolato anche dalla constatazione che i suoi "camerati" sono completamente ignoranti a proposito non solo del "Reich", ma anche del nemico, l’ebreo. L’assioma di Danny si rivela oltre che folle, labile: tanto da portare il ragazzo stretto tra violenza e intelletto ad un bivio inevitabile.

Il regista ha dunque questo merito: di esser riuscito ad illustrare un comportamento psichiatricamente schizoide, motivato anche con intelligenza, ma malato e pericolosamente deviato. Con il merito tuttavia di lasciare impercettibilmente che lo straordinario protagonista Ryan Gosling sia il primo ad accorgersi della sua repellente condotta di vita, e che sia coerente comunque al suo vivere sull’invisibile confine tra vita e morte. Questa apocalittica vicenda è descritta da Bean con una visione sporca, frantumata, del reale: mai dilettantesca, ma conforme allo spirito inquieto del film, che peraltro ha vinto l’edizione 2001 del Sundance Festival di Robert Redford.

Luigi Senise


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