: Eagle Picture
PERSONAGGI E INTERPRETI
Danny Balint: Ryan Gosling
Curtis Zampf: Billy Zane
Lina Moebius: Theresa Russel
Carla Moebius: Summer Phoenix
Drake: Gleen Fitzgerald
Carleton: Kris Eivers



"The Believer" è la storia vera di Danny
Balint, ebreo e neonazista. La metamorfosi dell’esistenza del giovane
è narrata dal regista Harry Bean. Danny sin da fanciullo ha ravvisato
nello studio della Torah (La Legge ebraica: la parola di Dio) una
contraddizione: e cioé che la condizione ebraica è destinata (sheol:
destino), perché apolide, a soccombere sempre, a vivere quindi di
pietismo, e a dover assimilare le coordinate commerciali dei paesi in
cui errando passano gli ebrei. A questa schiavitù – a detta di Danny
– morale ed esistenziale, Danny reagisce diventando un neo-nazista:
partecipa a convegni sino a divenire personaggio di spicco dellla "White
Power" americana. Ma quando ritroverà tra le sue mani le parole di
Dio, la contraddizione vivente che lui stesso incarna diviene puro
sacrificio.
Il percorso che illustra il regista (e sceneggiatore)
Bean è complesso, eppur lineare: Danny risponde ai numerosi
interrogativi che la dottrina ebraica innesca nella sua mente (uno per
tutti il concetto di "hebel", nulla, come Dio,
spazio-infinito) con la certezza che solo combattendo il vero ebreo può
acquisire dignità: "Perché Israele è nata grazie ad Auschwitz",
ripete Danny. Allora, lui che odia se stesso e il suo popolo, perché
immateriali ma astratti, ovvero slegati da ogni tradizione, ma solo
intellettuali e non pratici, invece, proprio in virtù di un sofisma
astratto, passa nella porzione opposta, del polarismo schizofrenico,
che combatte la sua psiche. Danny diviene nazista per mettere a tacere
la sua crescita caratterizzata dalla cultura ebraica, non – attenzione
– per rimuoverla, ma per reinventarla come causa necessaria alla sua
ribellione: sono nazista perché sono ebreo, sottomesso, allora, aspiro
a conquistarmi la dignità, agevolato anche dalla constatazione che i
suoi "camerati" sono completamente ignoranti a proposito non
solo del "Reich", ma anche del nemico, l’ebreo. L’assioma
di Danny si rivela oltre che folle, labile: tanto da portare il ragazzo
stretto tra violenza e intelletto ad un bivio inevitabile.
Il regista ha dunque questo merito: di esser riuscito
ad illustrare un comportamento psichiatricamente schizoide, motivato
anche con intelligenza, ma malato e pericolosamente deviato. Con il
merito tuttavia di lasciare impercettibilmente che lo straordinario
protagonista Ryan Gosling sia il primo ad accorgersi della sua
repellente condotta di vita, e che sia coerente comunque al suo vivere
sull’invisibile confine tra vita e morte. Questa apocalittica vicenda
è descritta da Bean con una visione sporca, frantumata, del reale: mai
dilettantesca, ma conforme allo spirito inquieto del film, che peraltro
ha vinto l’edizione 2001 del Sundance Festival di Robert Redford.