CAST TECNICO ARTISTICO
Regia:
Todd Haynes
Sceneggiatura: Todd Haynes
Fotografia: Edward Lachmann
Scenografia: Mark Friedberg
Costumi: Sandy Powell
Musica: Elmer Bernstein
Montaggio: James Lyons
Prodotto da: Christine Vachon,
Jody Patton
(USA, 2002)
Durata: 107'
Distribuzione cinematografica:
Eagle
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Cathy Whitaker: Julianne Moore
Frank Whitaker: Dennis Quaid
Raymond Deagan: Dennis Haysbert
Eleanor Fine: Patricia Clarkson
Sybil: Viola Davis
Dr.Bowman: James Rebhorn




Ad
Hartford, nel Connecticut, il Natale 1958 sembra proprio eguale a tutti
quelli che l’hanno preceduto: le foglie degli alberi riproducono i
colori dell’autunno in ogni sfumatura, le macchine sono parcheggiate
nei vialetti delle abitazioni, gli interni delle case borghesi esprimono
il calore d’un benessere evidente pur se non ostentato. Tra un pranzo
dato per gli amici e le piccole incombenze familiari, scorrono i giorni
in apparenza sereni di Cathy Whitaker, moglie di uno stimato dirigente,
madre felice di due bambini: ma sin dall’inizio - la donna è
convocata in commissariato perché suo marito è stato erroneamente
fermato - fanno la loro comparsa segnali inquietanti, ad avvertirci di
come ella dovrà ben presto rendersi conto che la vita non è un lungo
fiume tranquillo. L’indolenza, il disinteresse che sempre più il
consorte le dimostra nascondono una verità non detta: egli vive di
nascosto la propria omosessualità, sino a quando non è casualmente
sorpreso sul fatto proprio dalla moglie. Da qui in avanti, le cose si
avviano ad una conclusione obbligata: ma laddove i perbenisti anni ‘50
possono stendere una coltre di imbarazzato silenzio sulle propensioni
dell’uomo, a Cathy non è consentito d’innamorarsi del proprio
giardiniere di colore , vedovo con una bimba...
Se
la vicenda che, per grandi linee, abbiamo sin qui narrata, vi fa pensare
ai “women’s films” della tradizione (Borzage, Cukor, Minnelli,
Stahl), avete centrato in pieno il bersaglio: Far from Heaven è
sin dal titolo - che riecheggia quello originale di “Secondo amore”:
“All that Heaven allows” - un omaggio
manifesto ed appassionato al cinema di Douglas Sirk. Dal già
citato “Secondo amore” viene il tema dell’innamoramento per il
giardiniere Raymond, da “Lo specchio della vita” quello della
discriminazione razziale: ma è forse “Come le foglie al vento” -
ove l’argomento dell’attrazione fra due uomini veniva introdotto fra
le righe, con tutte le cautele inevitabili all’epoca - il film del
regista amburghese più esplicitamente rivisitato. Diversamente da
pellicole quali “L’uomo che non c'era” dei Cohen, nelle quali il
passato viene riletto pel tramite d’uno sguardo assolutamente
contemporaneo, “Lontano dal paradiso” conserva una sorta di
innocenza di fondo che lo rende opera
fertilmente bifronte: le regole del melodramma vi vengono cioè
rispettate per intero, ma non ci si perita di attenuare la crudeltà
insita nelle premesse con un improbabile lieto fine (che lo stesso Sirk
sovente appiccicava in conclusione, fidando nella cosiddetta
“sospensione dell’incredulità”).
La
fotografia di Ed Lachmann ricrea quella
classica di Russell Metty con straordinaria eleganza mimetica,
l’esemplare lavoro di Sandy Powell ci
restituisce un universo di vestiti con sottogonna, corpetti aderenti,
soprabiti eleganti, sciarpe appoggiate intorno al collo come per farle
volar via: tutto è perfetto in questa ricerca “du temps perdu”,
segnata dal pianto di Frank (un Dennis Quaid
esemplare per misura e sobrietà) che deve spezzare i lacciuoli delle
convenzioni per poter vivere la propria sessualità, dal dolore di Cathy
(impagabile, superlativa la prova di Julianne
Moore) che da quel medesimo perbenismo è sconfitta, consegnata
al proprio destino di “woman left lonely”.
Come
ne “L’età dell’innocenza”, l’amore è vinto dall’ambiente e
dalle ferree leggi che vi presiedono: cent’anni dopo, la condizione
della donna nella società statunitense è più o meno la stessa,
doveristica e sessuofoba. Ma il fatto che, in pieno ventunesimo secolo,
quanto viene narrato non risulti poi troppo anacronistico finanche ai
nostri occhi, ci consegna a pessimistiche constatazioni sull’oggi e
chissà, forse, sul domani.