Anno VII - Numero 32 - Aprile 2002

I film del mese


UNICO TESTIMONE
(DOMESTIC DISTURBANCE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Harold Becker
Sceneggiatura
: Lewis Colick
Fotografia
: Michael Seresin
Scenografia
: Peter Honess
Costumi
: Bobbie Read
Musica
: Mark Mancina
Montaggio
: Peter Honess
Prodotto da
: Jonathan Krane
(USA, 2001)

Durata
: 95'
Distribuzione cinematografica
: 01

PERSONAGGI E INTERPRETI

Frank Morrison : John Travolta
Rick Barnes: Vince Vaughn
Susan: Teri Polo
Matt: Danny Morrison
Diane: Susan Floyd
 
Ray Coleman: Steve Buscemi

Frank Morrison (John Travolta) costruisce barche in riva al mare, è felicemente divorziato dalla ex-moglie (Teri Polo), con la quale ha un figlio, Matt, indubbiamente condizionato dalla situazione precaria familiare. La ex di Travolta si risposa con un rampollo miliardiario (Vince Vaughn), il quale è ricattato da un suo ex-socio (Steve Buscemi) in affari sporchi. Il ricco e spietato Vaughn decide quindi di rendere innocuo lamico ritrovato, sebbene il piccolo Matt diventi per caso uno scomodo testimone. 

La trama già rende espilicito un plot striminzito: che riesce a far risalire sulla superficie della memoria “Witness” di Peter Weir, con la differenza che in questo caso la regia si affida ad un virtuosismo fine e se stesso. Basta osservare le primissime sequenze in cui un montaggio schizofrenico frattura fotogrammi a ripetizione, con più finestre sullo stesso schermo, (alla maniera dei vecchi film di Bond anni 70’), che poi all’interno della struttura narrativa non hanno alcuna funzione. Ciò sintetizza come il regista Becker si impegni ad ostentare le sue nozioni tecniche di ripresa e montaggio senza tuttavia potenziare di pathos la storia. Che invece si affloscia su parametri meno hitchcokiani del previsto, salvo un paio di sequenze in cui la suspense affiora, per il resto si assiste ad un prevedibile gioco a tre: il bimbo, il patrigno, il padre, che culmina con un finale che già alle prime battute si inutisce. 

Il tratteggio dei personaggi è manicheo: non esistono zone di ombra per alcuno, neanche un colpo di scena sia pure classico vira la direzione luminescente e visibile a tutta prima dallo spettatore entro cui si è incanalata la trama. Né il finale, che è da inserire nelle scene di Cinema americano più ricorrenti, riscatta una trama pressoché anonima, e né l’interpretazione di Travolta e di Vaughn: che neanche per falso depistaggio di script sono mai messi in discussione nelle vesti degli antagonisti, così che reggono l’intero film sull’esile polarismo Male-Bene, e sono del tutto privati da uno scheletro registico che talvolta confonda le parti. Potrebbe venire la tentazione di assimilare il film in questione ad una tipologia di genere, come alcuni noir degli anni ’50: ma allora un'indolente malinconia, che sfumava in poesia negli autori migliori, rendeva un omicidio come un percorso esistenziale; qui all’opposto si sfiora la storiella per teen-agers.

Luigi Senise


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