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UNICO
TESTIMONE
(DOMESTIC DISTURBANCE)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Harold Becker
Sceneggiatura: Lewis Colick
Fotografia: Michael Seresin
Scenografia: Peter Honess
Costumi: Bobbie Read
Musica: Mark Mancina
Montaggio: Peter Honess
Prodotto da: Jonathan Krane
(USA, 2001)
Durata: 95'
Distribuzione cinematografica: 01
PERSONAGGI E INTERPRETI
Frank
Morrison : John Travolta
Rick Barnes: Vince Vaughn
Susan: Teri Polo
Matt: Danny Morrison
Diane: Susan Floyd
Ray
Coleman: Steve Buscemi
Frank
Morrison (John Travolta) costruisce barche in riva al mare,
è felicemente divorziato dalla ex-moglie (Teri
Polo), con
la quale ha un figlio, Matt, indubbiamente condizionato dalla situazione
precaria familiare. La ex di Travolta si risposa con un rampollo
miliardiario (Vince Vaughn), il quale è ricattato da un suo ex-socio
(Steve Buscemi) in affari sporchi. Il ricco e spietato
Vaughn decide quindi di
rendere innocuo l’amico ritrovato, sebbene il piccolo Matt diventi per caso
uno scomodo testimone.
La trama già rende espilicito un
plot striminzito: che riesce a far risalire sulla superficie della
memoria “Witness” di Peter Weir, con la differenza che in questo caso la
regia si affida ad un virtuosismo fine e se stesso. Basta osservare le
primissime sequenze in cui un montaggio schizofrenico frattura
fotogrammi a ripetizione, con più finestre sullo stesso schermo, (alla
maniera dei vecchi film di Bond anni 70’), che poi all’interno della
struttura narrativa non hanno alcuna funzione. Ciò sintetizza come il
regista Becker si impegni ad ostentare le sue nozioni tecniche di
ripresa e montaggio senza tuttavia potenziare di pathos la storia. Che
invece si affloscia su parametri meno hitchcokiani del previsto, salvo un
paio di sequenze in cui la suspense affiora, per il resto si
assiste ad un prevedibile gioco a tre: il bimbo, il patrigno, il padre,
che culmina con un finale che già alle prime battute si inutisce.
Il
tratteggio dei personaggi è manicheo: non esistono zone di ombra per
alcuno, neanche un colpo di scena sia pure classico vira la direzione
luminescente e visibile a tutta prima dallo spettatore entro cui si è
incanalata la trama. Né il finale, che è da inserire nelle scene di
Cinema americano più ricorrenti, riscatta una trama pressoché anonima,
e né l’interpretazione
di Travolta e di Vaughn: che neanche per falso depistaggio di script
sono mai messi in discussione nelle vesti degli antagonisti, così
che reggono l’intero film
sull’esile polarismo Male-Bene, e sono del tutto privati da uno scheletro registico che talvolta
confonda le parti. Potrebbe venire la tentazione di assimilare il film
in questione ad una tipologia di genere, come alcuni noir degli anni
’50: ma allora un'indolente malinconia, che sfumava in poesia negli
autori migliori, rendeva un omicidio come un percorso esistenziale; qui
all’opposto si sfiora la storiella per teen-agers.
Luigi Senise
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