CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Simon Wells
Sceneggiatura: John Logan
Fotografia: Donald M. McAlpine
Scenografia: Oliver School
Costumi: Bob Ringwood
Musica: Klaus Badelt
Montaggio: Wayne Wahrman
Prodotto da: Walter F. Parkes
(USA, 2002)
Durata: 95’
Distribuzione cinematografica: Warner Bros
PERSONAGGI E INTERPRETI
Alexander Hartdegen: Guy
Pearce
David Philby: Mark Addy
Uber-Morlock: Jeremy Irons
Mara: Samantha Mumba
Kalen: Omero Mumba


Siamo
all’alba del 20º secolo. Alexander Hartdegen è uno scienziato e
inventore fuori dal suo tempo, fiducioso nel progresso e nei benefici
che porterà alla razza umana. Ma la sua vita non si esaurisce nei
calcoli e nei progetti: Alexander è profondamente innamorato di Emma,
forse l’unica ragazza della sua vita in grado di accettarne il
bizzarro temperamento, e attende ansiosamente di poterla sposare. Nel
giorno in cui decide di compiere il grande passo, però, una tragedia
sconvolge l’equilibrio della sua vita. Da quel momento, gli sforzi
dello scienziato si concentrano sulla ricerca di una soluzione, di
un’opportunità per cambiare gli eventi passati. Sperimentando le sue
teorie riguardo ai viaggi nel tempo, Alexander mette a punto una
macchina per muoversi avanti e indietro attraverso le ere del mondo. Ma
qualcosa d’imprevedibile accade, e l’uomo viene scagliato nel futuro
a 800.000 anni di distanza, in un panorama terrestre superstite di
catastrofi naturali ed errori umani. In questo pianeta terra ricondotto
ad un sistema selvaggio, gli uomini vivono come prede in fuga, cacciati
dall’oscura civiltà dei Morlock che sopravvive soltanto sfruttando le
risorse della superficie, mentre abita nascosta un mondo
sotterraneo.
Discendente
di H.G. Wells, il noto scrittore a cui si
deve il racconto che ha ispirato tanto il classico del 1960 che questa
evoluta fiera di effetti speciali, Simon Wells
ha, prima di “The time machine”, conosciuto una lunga e dignitosa
gavetta nel cinema d’animazione. È un retaggio di carriera che si
rivela con trasparenza nei toni morbidi e nei pletorici accenti della
sua grammatica cinematografica. Ben lontano dall’intento di lavorare
per sottrazione, differentemente dalle scelte che George Pal aveva
attuato oltre quarant’anni prima, Wells
dilata la sceneggiatura colmandola di avvenimenti superflui
senza compiere evidenti tagli strutturali, motivo per cui la sua
costituzione viene trascinata verso la decomposizione entropica, in un
film che tenta il costipamento di troppe istanze narrative nelle poche
occasioni che possono offrire 90 minuti e riuscendo infine a soddisfarne
nessuna. Non manca, ad ogni modo, qualche suggestiva scenografia che
sembra in grado di risvegliare da un esteso disinteresse, come
l’immagine della Luna in frantumi, che decide la sorte dell’uomo
mostrandone impietosamente la rovinosa arroganza.
Ma
non sono, purtroppo, episodi frequenti quanto basta a sciogliere i grovigli di un prodotto pasticciato,
romanzesco e impersonale, che gli stessi attori avvicinano con
perplessità e distacco (eccezione forse fatta per l’iperbolico
personaggio di Guy Pierce). Contrapporre
alla frenesia illuministica del predecessore, la cronaca asciutta di
questo goffo eroe neoromantico sembrava introdurre un interessante
sviluppo di simmetrie concettuali, ma la metodologia dottrinale degli
invadenti artifici tecnologici e l’approssimazione della messinscena
vanificano, seppur latenti, le opportunità di ottenere un risultato
omogeneo.
Francesco
Russo