Anno VII - Numero 32 - Aprile 2002

I film del mese


PARLA CON LEI
(HABLE CON ELLA)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e RegiaPedro Almodóvar 
Fotografia
Javier Aguirresarobe
Scenografia
Antxon Gomez
Costumi
Sonia Grande
Musica
Alberto Iglesias
Montaggio
José Salcedo
Prodotto da
Agustin Almodóvar, Michel Ruben
(Spagna, 2002)

Durata
112’
Distribuzione cinematografica
Warner Bros

PERSONAGGI E INTERPRETI

Benigno: Javier Càmara
Marco: Dario Grandinetti
Alicia: Leonor Watling
Lydia: Rosario Flores
Katerina Bilova: Gerardine Chaplin

Durante una recita del “Café Muller” di Pina Bausch, si trovano casualmente seduti accanto il giovane infermiere Benigno e lo scrittore quarantenne Marco. La forte carica emotiva della rappresentazione coinvolge quest’ultimo sino alle lacrime: anche Benigno è commosso, ma non trova il coraggio di dirlo al vicino. Qualche tempo dopo, i due uomini si incontrano di nuovo nella clinica privata ove Benigno svolge il proprio lavoro: Marco la frequenta per far visita alla propria ragazza, Lydia, una torera finita in coma durante una corrida; il paramedico si occupa invece di un’altra comatosa, Alicia, studentessa di danza vittima d’un grave incidente. La frequenza con la quale i due si vedono fa nascere una solida amicizia, destinata ad avere grande importanza per entrambi: quando Benigno verrà incarcerato, il solo Marco non esiterà a mostrargli comprensione e recargli soccorso...

Con “Parla con lei”, arriva a conclusione la lunga marcia di avvicinamento - nella quale “Il fiore del mio segreto” (1995) può essere considerato l’autentico cambio di passo - di Pedro Almodóvar verso la forma del melodramma classico: si tratta pure dell’esito più alto raggiunto dal regista spagnolo, che qui ulteriormente sviluppa intuizioni e spunti del già bellissimo “Tutto su mia madre”,  sfiorando la perfezione.
Il tema centrale del film è la solitudine: figliata dall’abbandono o dalla perdita, scelta o subita, essa colora di desolazione l’esistenza di ciascuno dei personaggi, ne determina i comportamenti, ne rende obbligate certe scelte. Ad essa, neanche l’arte può opporsi (la commozione che assale nel corso dello spettacolo iniziale o della straordinaria esecuzione di “Cucurrucucù Paloma” da parte di Caetano Veloso) se non nella forma di momentaneo lenimento della pena: si finisce per sentir la mancanza financo della lunga assistenza prestata ad una madre malata, ci s’inventa un nuovo scopo - qualunque esso sia - per spezzar l’assedio impalpabile del silenzio.

Ecco, la parola: è in essa che risiede il contravveleno individuato da Benigno per sentirsi vivo, pulsante, giovevole; nei lunghi discorsi che egli fa ad una persona clinicamente deceduta eppure ancor presente - fonte di calore, sorgente di umori - c’è al contempo la chiave di una privata salvezza e d’una pubblica dannazione. Perché egli porta alle estreme conseguenze la propria intuizione, concreta in fatti le tentazioni, trasforma il bisogno d’amore in contatto fisico: la morale e le leggi condannano, com’è ovvio, ma pure qualcosa di tanto fervore resta. Ancora le parole, naturalmente: vergate su una lettera ch’è congedo senza rancori né pentimenti, commiato certo della bontà delle proprie ragioni, supremo atto di sfiducia nel mondo ed estrema testimonianza d’una gioia comunque possibile. Intorno, la città si fa diagramma, reticolo, mappa di tante malinconie: perse in teatri o luoghi di concerto, confinate negli ospedali, patite nelle case. Comunque, incomunicanti.

Francesco Troiano

Intervista a Pedro Almódovar


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