PERSONAGGI E INTERPRETI
Benigno: Javier Càmara
Marco: Dario Grandinetti
Alicia: Leonor Watling
Lydia: Rosario Flores
Katerina Bilova: Gerardine Chaplin




Durante
una recita del “Café Muller” di Pina Bausch, si trovano casualmente
seduti accanto il giovane infermiere Benigno e lo scrittore quarantenne
Marco. La forte carica emotiva della rappresentazione coinvolge
quest’ultimo sino alle lacrime: anche Benigno è commosso, ma non
trova il coraggio di dirlo al vicino. Qualche tempo dopo, i due uomini
si incontrano di nuovo nella clinica privata ove Benigno svolge il
proprio lavoro: Marco la frequenta per far visita alla propria ragazza,
Lydia, una torera finita in coma durante una corrida; il paramedico si
occupa invece di un’altra comatosa, Alicia, studentessa di danza
vittima d’un grave incidente. La frequenza con la quale i due si
vedono fa nascere una solida amicizia, destinata ad avere grande
importanza per entrambi: quando Benigno verrà incarcerato, il solo
Marco non esiterà a mostrargli comprensione e recargli soccorso...
Con
“Parla con lei”, arriva a conclusione la lunga marcia di
avvicinamento - nella quale “Il fiore del mio segreto” (1995) può
essere considerato l’autentico cambio di passo - di Pedro Almodóvar verso la forma del melodramma classico: si
tratta pure dell’esito più alto raggiunto dal regista spagnolo,
che qui ulteriormente sviluppa intuizioni e spunti del già bellissimo
“Tutto su mia madre”, sfiorando
la perfezione.
Il tema centrale del film è la solitudine: figliata dall’abbandono o
dalla perdita, scelta o subita, essa colora di desolazione l’esistenza
di ciascuno dei personaggi, ne determina i comportamenti, ne rende
obbligate certe scelte. Ad essa, neanche l’arte può opporsi (la
commozione che assale nel corso dello spettacolo iniziale o della
straordinaria esecuzione di “Cucurrucucù Paloma” da parte di
Caetano Veloso) se non nella forma di momentaneo lenimento della pena:
si finisce per sentir la mancanza financo della lunga assistenza
prestata ad una madre malata, ci s’inventa un nuovo scopo - qualunque
esso sia - per spezzar l’assedio impalpabile del silenzio.
Ecco, la
parola: è in essa che risiede il contravveleno individuato da Benigno
per sentirsi vivo, pulsante, giovevole; nei lunghi discorsi che egli fa
ad una persona clinicamente deceduta eppure ancor presente - fonte di
calore, sorgente di umori - c’è al contempo la chiave di una privata
salvezza e d’una pubblica dannazione. Perché egli porta alle estreme
conseguenze la propria intuizione, concreta in fatti le tentazioni,
trasforma il bisogno d’amore in contatto fisico: la morale e le leggi
condannano, com’è ovvio, ma pure qualcosa di tanto fervore resta.
Ancora le parole, naturalmente: vergate su una lettera ch’è congedo
senza rancori né pentimenti, commiato certo della bontà delle proprie
ragioni, supremo atto di sfiducia nel mondo ed estrema testimonianza
d’una gioia comunque possibile. Intorno, la città si fa diagramma,
reticolo, mappa di tante malinconie: perse in teatri o luoghi di
concerto, confinate negli ospedali, patite nelle case. Comunque,
incomunicanti.