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PANIC
ROOM
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Conrad W.Hall, Darius Khondji
Scenografia: Arthur Max
Costumi: Michael Kaplan
Musica: Howard Shore
Montaggio: James Haygood, Angus Wall
Prodotto da: Gavin Polone, Judy Hofflund, David Koepp, Cean
Chaffin
(USA, 2002)
Durata: 108’
Distribuzione cinematografica: Columbia Tristar
PERSONAGGI E INTERPRETI
Meg Altman: Jodie Foster
Sarah Altman: Kristen Stewart
Burnham: Forest Whitaker
Raoul: Dwight Yoakam
Junior: Jared Leto
Stephan Altman: Patrick Bauchau
  
Fresca reduce
dal divorzio con un industriale farmaceutico, Meg Altman si è appena
trasferita con la figlia adolescente Sarah in una elegante residenza
nell’Upper West Side di Manhattan. Dotata di ogni confort, essa si
sviluppa su tre piani ed è dotata pure della cosiddetta “panic
room”: una sorta di caveau in calcestruzzo ed acciaio - completo di
linea telefonica interrata ed indipendente da quella principale, sistema
di ventilazione autonomo, generi di prima necessità e monitor che
tengono sotto controllo il resto della casa - dove rifugiarsi nella
malaugurata ipotesi di incursioni esterne di malintenzionati. Non
immaginano, Meg e Sarah, di doversi servire subito del rifugio: tre
intrusi piombano infatti nella dimora la prima notte, lasciando loro
giusto il tempo di rinchiudersi nel bunker domestico...
Da codesta
situazione, prende il via uno scosceso ed inquietante gioco dell’oca
nel quale chi sbaglia paga immediato pegno: l’abilità di David
Fincher (“ Alien 3”, “Seven”, “The Game”, “Fight Club”)
consiste nel dirigere la partita tenendo sulla corda lo spettatore per
quasi due ore senza il benché minimo calo di tensione. Sin dai titoli,
che presentano i nomi degli attori incastonati a mo’di elementi
architettonici nei palazzoni newyorkesi, il film allude abilmente a
nevrosi urbane e paure invincibili della upper class: come in
“Rosemary’s Baby” o nel meno noto “Inserzione pericolosa”,
l’ignoto è in agguato tra le mura di raffinate dimore e si
materializza all’improvviso assumendo le forme più impreviste.
Costruito con
un rigore degno di Hitchcock (del quale Fincher raccoglie il gusto della
sfida proprio di pellicole quali “Nodo alla gola”, costruita su un
succedersi ininterrotto di piani-sequenza), “Panic room” si snoda
fra virtuosistici movimenti di macchina che caracollano fra le pareti,
volano fra i diversi piani, s’infilano financo nei buchi della
serratura: la suspence, come dicevamo, non conosce cali, pur se lo
scioglimento della vicenda risulta ovvio sin dall’inizio. E’,
questa, l’unica defaillance - assieme, forse, ad un insufficiente
approfondimento delle psicologie individuali - di un’opera altrimenti
esemplare, da annoverare senza tema di smentita tra le più riuscite
dell’autore.
Francesco
Troiano
David
Fincher: il ragazzo prodigio dell'incubo
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