: Istituto
Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Ernesto: Sergio Castellitto
Irene: Jacqueline Lustig
Diana: Chiara Conti
Zia Maria: Piera Degli Esposti
Leonardo: Alberto Mondini
Bulla: Toni Bertorelli



Ernesto
Picciafuoco, è un affermato pittore, ateo convinto dal passato
comunista; ha una moglie dalla quale si sta separando ed un figlio a cui
è molto legato. Un pomeriggio Ernesto riceve l’inaspettata visita del
Cardinal Piumini, che gli annuncia il processo di beatificazione di sua
madre ormai in corso da più di tre anni. Ernesto, coinvolto suo
malgrado nell’ingranaggio surreale di una santificazione quasi
mediatica, scopre tutte le persone a lui più care coinvolte in quello
che sembra essere un conveniente affare di famiglia. Circondato dal
cinismo dei parenti, dalla Zia Maria, che ha abbandonato il suo ateismo
per professarsi cattolica fervente, ai suoi fratelli, a sua moglie
complice per l’ipotetico bene del proprio figlio, Ernesto si ritrova
solo. Il beffardo sguardo di una madre più che imperfetta, beatificata
dalla morte violenta per mano di un figlio malato di mente, quasi spinge
Ernesto alla riscoperta di una vita fatta di emozioni e di desiderio,
lontana dalla bruttezza rassegnata e voluta che ha rapito inconsapevoli
i suoi familiari.
Marco
Bellocchio torna con questa pellicola ai temi cari al suo cinema:
la famiglia, l’amore, la religione. E lo fa
con uno sguardo profondamente umano e laico che riesce ad
infondere speranza in un mondo popolato da persone che appaiano fatte di
carte e sembrano non provare nulla. Il film svela puntigliosamente ma
anche emotivamente, la rigidità della religione cattolica, che sembra
aver ordinato e razionalizzato la vita dei fedeli a tal punto da
svuotarla tutta. E’ un peccato che la censura abbia vietato il film ai
minori di 14 anni. Non tanto per i ragazzi, ai quali forse questo film
sarebbe di una certa pesantezza e difficoltà, quanto perché il motivo
è la scena più dolorosa e pregnante del film. “Una bestemmia è un
grido di dolore” sostiene il regista e non si può non essere
d’accordo con lui, quando il dolore di una vita dilaniata dalla
malattia e dalla colpa, commessa ma non cosciente, non trovano che
questa blasfema invocazione come mezzo d’espressione. L’esplodere di
un sentimento è come una decostruzione fisica e morale nella quale non
si può fare a meno di perdersi ed è giusto che sia così. Se la si
pensa come Ernesto ci si dovrebbe “proprio innamorare”, lo dice lui
stesso, e vivere la bellezza da contrapporre alla bruttezza che offende,
la stessa del Vittoriano distrutto al computer come simbolo di una sorta
di blocco emotivo, sfumato il quale è possibile amare.