Anno VII - Numero 32 - Aprile 2002

I film del mese


DON’T SAY A WORD

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Gary Fleder    
Sceneggiatura
: Antony Peckham e Patrick Smith Kelly, tratta dal romanzo “Don’t say a word” di Andrew Klavan
Fotografia:
Amir Mokri
Scenografia
: Nelson Coates
Costumi
: Ellen Mirojnick
Musica
: Mark Isham
Montaggio
: William Steinkamp e Armen Minasian
Prodotto da
: Arnon Milchan, Arnold Kopelson e Anne Kopelson (USA, 2001)
Durata
: 114'
Distribuzione cinematografica
: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Dr. Nathan Conrad: Michael Douglas
Patrick Barray Koster: Sean Bean
Elisabeth Burrows: Brittany Murphy
Jessie Conrad: Skye McCole Bartusiak
Martin Joseph Dolen: Guy Torry
Detective Sandra Cassidy:
Jennifer Esposito
Dr Louis Sacks
:
Oliver Platt

Lo psichiatra Nathan Conrad sembra proprio avere avuto tutto dalla vita: ha un lavoro che lo soddisfa e per il quale è molto stimato, un ottimo rapporto con la sua bellissima moglie Jessie e una figlia di otto anni che adora. Insomma, il prototipo dell’uomo felice. Forse troppo felice: la sera prima del giorno del ringraziamento, Nathan accetta di aiutare un suo amico psichiatra per un caso disperato, quello di Elisabeth Burrows, che da dieci anni vaga da un ospedale all’altro senza che nessuno riesca a diagnosticare il suo male. Nathan accetta di vedere Elisabeth, non sapendo che di lì a poche ore quella che sembra solo una paziente sarà strettamente legata al destino della sua famiglia: Patrick, un delinquente senza scrupoli, rapisce Aggie, la figlia di Nathan, e pretende come riscatto un numero di sei cifre sepolto nella mente di Elisabeth. Nathan non ha neanche un indizio su cosa rappresenti questa sequenza di numeri, ma è costretto dalle circostanze a tentare di penetrare nella psiche di Elisabeth in poche ore: i rapitori gli concedono meno di 12 ore di tempo...

Don’t say a word segna il ritorno al grande schermo di Gary Fleder, che dopo l’esordio con Cosa fare a Denver quando sei morto e l’apprezzato Il collezionista,  si è dedicato soprattutto a serie televisive. Per il suo terzo lungometraggio Fleder ha scelto di adattare un romanzo che si è guadagnato, negli Stati Uniti, una discreta fama: Don’t say a word di Andrew Klavan ha anche vinto un prestigioso premio come miglior romanzo giallo dell’anno. Con a disposizione un cast con una stella di prima grandezza (Douglas), attori emergenti e bravi caratteristi, Fleder aveva per le mani gli elementi giusti per un buon film. A parte una buona sceneggiatura.

L’adattamento del complesso romanzo si è rivelato più difficile del previsto, e per di più gli sceneggiatori, non contenti di dover trasferire su pellicola una storia strutturata programmaticamente come non lineare, hanno pensato bene di aggiungere degli elementi originali. Purtroppo sono proprio queste modifiche a non funzionare: la moglie di Nathan è stata inchiodata a letto con una gamba ingessata forse per aumentarne i risvolti drammatici, in realtà finendo per appiattirne la figura; il nuovo personaggio, un tenente di polizia che segue una storia parallela che poi finisce per intrecciarsi con quella dei protagonisti, non riesce a non sembrare posticcio e ha l’unico effetto di far calare la tensione; l’ambientazione durante la festa del ringraziamento non fa che esagerare una già sufficientemente estesa simbologia (anche un po’ forzata).
Se è vero che il film non regge ad una analisi attenta
(e ridicolizza la pratica psichiatrica, permettendo a Nathan di penetrare le difese di Elisabeth in poche ore) è anche vero che, soprattutto nella parte centrale, riesce a tenere un buon ritmo, aiutata in questo da un cast di buon livello e da un Michael Douglas perfettamente nella (ormai “sua”) parte. Citazioni, omaggi e pastiche a parte (Hitchock, ma anche thriller degli ultimi anni), Don’t say a word è un film onesto ma forse senza cuore, che nonostante tutto, però, lascia ben sperare per il prossimo film (già ultimato) di Fleder, The impostor, tratto da un racconto di Philip K. Dick.

Andrea Nobile


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