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SESSION
9
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Brad Anderson
Sceneggiatura: Brad Anderson,
Stephen Gevendon
Fotografia: Uta Briesewitz
Scenografia: Sophie Carlhain
Costumi: Aimee E. McCue
Musica: Climax Golden Twins
Montaggio: Brad Anderson
Prodotto da: Dorothy Aufiero,
David Collins, Michael Williams
(USA, 2001)
Durata: 100’
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
Gordon Fleming: Peter Mullan
Phil: David Caruso
Mike: Stephen Gevedon
Jeff: Brendan Sexton III
Hank: Josh Lucas
 
A
Danvers, nel Massachussets, un ottocentesco manicomio abbandonato è in
attesa di ristrutturazione. Per il lavoro viene impiegata una squadra di
cinque operai comandata da Gordon Fleming, un emigrante scozzese che
cerca con questo incarico di risolvere i problemi finanziari sorti dopo
la nascita del suo bambino. Tra le stanze ed i lugubri passaggi, l’imponente
architettura nasconde storie inconfessabili e irrisolte di abusi e
possessioni, di spettri e scomparse. Gli uomini, uno ad uno, verranno
sottomessi da un oscuro incanto e forzati senza via d’uscita a
partecipare dei segreti che hanno atteso, in oltre 15 anni di abbandono,
di venire alla luce.
Un
esercizio di orrore che recupera metodologie dimenticate,
lezioni d’arte che, culminando in film come "Ballata
Macabra" (Dan Curtis, 1976), sembrano essersi sfoltite e chiuse in
una camera di specchi, andito dell’estinzione abbattutasi sul gotico
americano dopo il trionfo di "Shining". Proprio dal capolavoro
di Kubrick il film raccoglie quasi tutta la sua ispirazione e ne diventa
il negativo, allestendo un omaggio che il regista svela senza neanche
mimetizzarsi (la moglie del protagonista, ad esempio, si chiama Wendy),
esplicito nella forma e nella semantica fino all’imitazione, in un’area
stilistica dove dominano l’ellissi e il distacco, il campo lungo ed il
totale. Allo stesso modo, l’abuso del piano sequenza narrativo si
rigenera e sublima nel particolare riconducendo al dramma
parapsicologico del grande regista, reiterando la spettacolo del
contrasto che maturava in "Shining" tra la profondità delle
inquadrature e l’irreale, claustrofobica vertigine che queste
riuscivano ad evocare.
Nei
profondi e spettrali corridoi del manicomio abbandonato si diffonde, per
primo, il fantasma dell’Overlook Hotel, cristallizzato nel diabolico
finalismo che esprime con la menzogna tutta la sua forza e la sua
determinata vocazione a corrompere l’animo umano. L’invisibile, di
nuovo, si fa volto di un orrore che ambisce a liberarsi dal corpo, a
esprimere, nella follia e nella schizofrenia dei personaggi, le sue
condizioni d’esistenza. Il risultato è d’impeccabile efficacia, pur
nel confronto con il suo illustre modello ma, in virtù di questo,
sembra sintetizzare una struttura privandola della sua complessità e
intrappolandola in un meccanismo di troppe ricorrenze che appaiono tutt’al
più confermare l’esattezza di una formula. Resta ottimo, nel cast, Peter
Mullan, ebbro come un Caligola mentre sintetizza ansia e
solitudine nel suo intimo caos trasformandole in una realtà
trasfigurata.
Francesco
Russo
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