Anno VII - Numero 25 - Settembre 2001

I film del mese


SESSION 9

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Brad Anderson
Sceneggiatura
: Brad Anderson, Stephen Gevendon
Fotografia
: Uta Briesewitz
Scenografia
: Sophie Carlhain
Costumi
: Aimee E. McCue
Musica
: Climax Golden Twins
Montaggio
: Brad Anderson
Prodotto da
: Dorothy Aufiero, David Collins, Michael Williams
(USA, 2001)

Durata
: 100’
Distribuzione cinematografica
: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Gordon Fleming: Peter Mullan
Phil: David Caruso
Mike: Stephen Gevedon
Jeff: Brendan Sexton III
Hank: Josh Lucas

A Danvers, nel Massachussets, un ottocentesco manicomio abbandonato è in attesa di ristrutturazione. Per il lavoro viene impiegata una squadra di cinque operai comandata da Gordon Fleming, un emigrante scozzese che cerca con questo incarico di risolvere i problemi finanziari sorti dopo la nascita del suo bambino. Tra le stanze ed i lugubri passaggi, l’imponente architettura nasconde storie inconfessabili e irrisolte di abusi e possessioni, di spettri e scomparse. Gli uomini, uno ad uno, verranno sottomessi da un oscuro incanto e forzati senza via d’uscita a partecipare dei segreti che hanno atteso, in oltre 15 anni di abbandono, di venire alla luce. 

Un esercizio di orrore che recupera metodologie dimenticate, lezioni d’arte che, culminando in film come "Ballata Macabra" (Dan Curtis, 1976), sembrano essersi sfoltite e chiuse in una camera di specchi, andito dell’estinzione abbattutasi sul gotico americano dopo il trionfo di "Shining". Proprio dal capolavoro di Kubrick il film raccoglie quasi tutta la sua ispirazione e ne diventa il negativo, allestendo un omaggio che il regista svela senza neanche mimetizzarsi (la moglie del protagonista, ad esempio, si chiama Wendy), esplicito nella forma e nella semantica fino all’imitazione, in un’area stilistica dove dominano l’ellissi e il distacco, il campo lungo ed il totale. Allo stesso modo, l’abuso del piano sequenza narrativo si rigenera e sublima nel particolare riconducendo al dramma parapsicologico del grande regista, reiterando la spettacolo del contrasto che maturava in "Shining" tra la profondità delle inquadrature e l’irreale, claustrofobica vertigine che queste riuscivano ad evocare. 

Nei profondi e spettrali corridoi del manicomio abbandonato si diffonde, per primo, il fantasma dell’Overlook Hotel, cristallizzato nel diabolico finalismo che esprime con la menzogna tutta la sua forza e la sua determinata vocazione a corrompere l’animo umano. L’invisibile, di nuovo, si fa volto di un orrore che ambisce a liberarsi dal corpo, a esprimere, nella follia e nella schizofrenia dei personaggi, le sue condizioni d’esistenza. Il risultato è d’impeccabile efficacia, pur nel confronto con il suo illustre modello ma, in virtù di questo, sembra sintetizzare una struttura privandola della sua complessità e intrappolandola in un meccanismo di troppe ricorrenze che appaiono tutt’al più confermare l’esattezza di una formula. Resta ottimo, nel cast, Peter Mullan, ebbro come un Caligola mentre sintetizza ansia e solitudine nel suo intimo caos trasformandole in una realtà trasfigurata.

Francesco Russo


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