Anno VII - Numero 25 - Settembre 2001

I film del mese


SAVE THE LAST DANCE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Thomas Carter
Sceneggiatura
: Duane Adler
Fotografia
: Robbie Greenberg
Scenografia
: Paul Eads
Costumi
: Sandra Hernandez
Musica
: Mark Isham
Montaggio
: Peter E. Berger, Jeff Canavan
Prodotto da
: Robert W. Cort, David Madden
(USA, 2001)

Durata
: 112'
Distribuzione cinematografica
: Eagle Pictures

PERSONAGGI E INTERPRETI

Sara: Julia Stiles
Derek: Sean Patrick Thomas
Chenille: Kerry Washington
Roy: Terrey Kinney
Malakai: Fedro Starr

Sara sistema le poche cose che ha portato con sé nella sua "nuova" casa, un bilocale squallido e fatiscente nel South Side di Chicago. C’è la fotografia di sua madre, morta in un incidente stradale, un orsacchiotto di pelouche, le adorate scarpette da punta. Ora Sara dovrà ricominciare, con un padre che non conosce, in un quartiere nero dove è il colore della sua pelle a destare sospetti, senza più la danza, l’unico amore per cui vivesse. Ha smesso di ballare, ha smesso di sognare. Si lascia vivere. Ma dallo scenario polveroso e dimesso della periferia si affaccia un Romeo inaspettato, che ha grinta, entusiasmo, ambizione. E’ un ragazzo di colore che balla hip-hop, vuole fare il college e se ne infischia dei pregiudizi razziali. Così Giulietta diffidente, ma tentata, si ritrova a indossare anfibi e pantaloni extralarge e a "sporcare" pliés e pirouettes con il sound sincopato e caldo dell’hip-hop.

Operazione studiata a tavolino quella di Thomas Carter e Duane Adler: a dispetto del giudizio tiepido dei critici, una sola settimana di programmazione è bastata a "Save the last dance" per sorprendere i botteghini Usa lo scorso inverno. La storia è piena di stereotipi, di citazioni e di luoghi comuni, ma un rapido sguardo in sala basta a rivelare un pubblico eterogeneo. Certo, un amore da difendere ad ogni costo ed un sogno da realizzare sono la miscela ideale per il cuore degli adolescenti, ma il film soddisfa anche i nostalgici di "Flashdance", quelli di "Dirty Dancing", quelli de "La febbre del sabato sera". Con una marcia in più. Musica e danza protagoniste, ma anche temi forti, come le relazioni interrazziali, il tormento del senso di colpa che inibisce i sogni, il confronto con una realtà dove violenza e droga convivono con la scuola e il gioco.

Una marcia in più perché l’ottica è quella della contaminazione, che non si ferma al colore della pelle, ma è a suo agio tanto nelle sale di danza che profumano di cipria, che sui tombini e i ponti delle stazioni, che accosta l'hip-hop con il reggae e la breakdance, facendo firmare la colonna sonora agli artisti del momento come Donnel Jones, Athena Cage, i Lucy Pearl. Che si avvale di un montaggio studiato, anche cromaticamente: i volti dei protagonisti al loro quasi debutto (la Stiles comincia nel 1998 ne "L’ombra del diavolo", Thomas in "Cruel Intentions"), sono ripresi quasi sempre da vicino creando un bel gioco di colore e contrasti. Una favola tradizionale, di quelle che ci piace ascoltare tante volte anche se la si conosce a memoria, ma di cui, in fondo, non si vorrebbe mai cambiare niente.

Elisabetta Marino


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