: Twentieth
Century Fox
PERSONAGGI E INTERPRETI
Cap. Leo Davidson: Mark Wahlberg
Thade: Tim Roth
Ari: Elena Bonham Carter
Attar: Michael Clarke Duncan
Karubi: Kris Kristofferson



E’
stato atteso a lungo, questo remake. Per chi non conoscesse o non
ricordasse la storia de "il Pianeta delle Scimmie" (1968),
narra la traversata di quattro astronauti che, perduti nello spazio,
diventano prova dell’esistenza di un paradosso temporale: mentre la
loro astronave viaggia per un anno e sei mesi, sulla terra intercorrono
duemila anni di storia. In seguito ad un’avaria subita durante lo
stato d’ibernazione, l’equipaggio naufraga su un pianeta sconosciuto
e desolato che nasconde un mondo ed una società alla rovescia, dove gli
esseri umani vivono braccati da scimmie antropomorfe e trattati come
bestie senz’anima. Dopo la cattura, uno di loro riesce a fuggire
aiutato da due scimpanzè, Zira e Cornelius, scienziati evoluzionisti
che gli diventano amici. Inseguiti dal Dr. Zaius, i tre giungono oltre
un confine che nasconde "la Zona Proibita" dove l’uomo, d’un
tratto, viene a conoscenza di una tragica verità.
Da
oltre trent’anni, il film originale conserva l’efficacia delle sue
suggestioni serrate in una macrostruttura claustrofobica, cupa e lenta,
davvero lontana dal progetto di Tim Burton.
L’enfant prodige di Hollywood, diversamente, sviluppa un elegante
esercizio pirotecnico dominato dalla magnificenza delle scenografie,
da una composizione morbida e piana e da una regia che riesce ad
affrescare la messinscena ottenendo che ogni unità drammatica partecipi
della stessa, bizzarra armonia. Nel film di Burton, più fedele del
precedente al racconto da cui il soggetto è tratto, le differenze
introdotte dall’abbandono degli ambienti desertici si allargano ai
personaggi: il protagonista diventa un giovane e accidentale eroe,
mentre le scimmie perdono sensibilmente le tracce del loro
antropomorfismo, condividendo con i primati non soltanto l’aspetto, ma
anche la postura. Il rifacimento si rinnova nella trasfigurazione e si
rafforza nella naturale attitudine dell’autore per i toni epici, fino
a spingere il suo talento verso la licenziose modifiche allo
straordinario e storico finale.
Tra
gli attori Tim Roth (nella parte di Thade)
ed Helena Bonham Carter
(in quella di Ari) interpretano due scimmie acerbe parimenti ad
alti livelli mentre Mark Wahlberg e gli
altri uomini, azzardando quasi che non sia casuale, restano in
superficie come personaggi semplici e periferici. Pur non sembrando,
nell’insieme, partorito per volontà, il
progetto è colmo di caratterizzanti simbologie burtoniane,
delle ricorrenze tematiche irrinunciabili che, piaccia o meno, rendono
questo film un prodotto unico. Ne sono esempio il destino ironico che si
beffa dell’eccellenza nelle eccentriche sequenze conclusive, insieme
con la passione e la dedizione dimostrate alle diversità che Tim Burton
svela e rispetta, da sempre, nel suo cinema d’incantevoli deformità.
Allora, prendendo selettive distanze tra il film del’68 e questo
remake, il regista evita il capriccio di reiterare scene e prerogative
di una pietra miliare che, protetta dal suo prestigio, costringerebbe lo
spettatore ad un confronto sconveniente. Burton
non sospende le atmosfere, ma le trascina accanto ad un ritmo al tempo
stesso frenetico ed elegante senza trascurare gli obiettivi
di una geometria compatta, anche laddove sembra abbandonare la sua
iconografica poesia dei sottintesi per accompagnare una storia che non
concede distrazioni, preclusa a qualsiasi inebriante gesto d’abbandono.
Ciononostante, qualcosa interviene a qualificare un autore che non può
essere confuso con nessun altro.