Ammesso
che la critica abbia la puzza sotto il naso con il cinema italiano, è
ovvio che le sale si riempiano, nonostante i fischi a Venezia, quando
esce il nuovo film di un regista che suscita grandi aspettative. L’affluenza
del pubblico, tuttavia, non elimina le smagliature nel lieve tessuto di
quel film intimista, fragile e notturno che è "Luce dei miei
occhi".
La
luce è soprattutto quella della speranza, che pervade una quotidianità
altrimenti alienante. La pellicola di Piccioni è ambientata in una Roma
perlopiù notturna, un luogo mentale animato da spostati. Antonio, che
viaggia in continuazione come suo padre, ma, in quanto autista, non
decide mai la propria meta. Se non nei sogni. La sua passione per la
fantascienza, infatti, lo fa errare fra galassie e mondi extraterreni.
Uno di questi è Maria, che non si accetta e, forse proprio per questo
motivo, rifiuta l’amore di chi le è vicino. Antonio s’innamora di
lei, troppo contorta e difficile per lui. Del resto, si desidera sempre
chi non si può avere. Proust docet.
Soggetto
facile o scomodo, come sostiene il regista? Di certo Piccioni,
con la sua delicata sensibilità, sa trasformare i perdenti
insoddisfatti e inadeguati in eroi moderni. Però, qualcosa
non funziona. Il film non ha variazioni di
ritmo, i dialoghi sono didascalici e sfiorano talvolta il luogo comune,
la voice-off - commento mentale del protagonista - e una musica
ossessivamente presente sono alla lunga eccessive. Per fortuna, i
movimenti fluidi della macchina da presa si soffermano ogni tanto sui
volti dei protagonisti, in primi piani che ne rivelano l’espressività.
Bravi gli interpreti, in particolare Sandra Ceccarelli e Silvio Orlando,
che trasforma un losco taglieggiatore in un personaggio a tutto tondo.
Non un "cattivo" stereotipato, ma un uomo cinico, comico e
melanconico al tempo stesso. Una sorta di Shylock tiberino.