: Warner
Bros. Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Joe Tanto: Sylvester Stallone
Carl Henry: Burt Reynolds
Jimmy Bly: Kip Pardue
Lucretia Clan: Stacy Edwards
Beau Brandenburg: Til Schweiger

Ecco
realizzato il sogno di Sylvester Stallone:
un film che salga al ritmo di un motore ed insegua la velocità delle
piste tanto amate dall’attore, al punto da investire cinque anni di
preparativi nel compimento di questo scellerato progetto. Driven è la
storia esile di due piloti, di un giovane avventato ed un disilluso
veterano, gestita dall’inevitabile necessità di fornire all’azione
un nesso vagamente logico, che colleghi le gare e giustifichi lo stato d’animo
con cui, di volta in volta, i piloti le affrontano. Jimmy Bly ha poco
più di vent’anni, è un corridore di talento ma di poca disciplina
amministrato con paternale autorità dal fratello, che vede allontanarsi
nell’indole irriflessiva di Jimmy una carriera altrimenti foriera di
floridi guadagni; Joe Tanto, al contrario, ostenta una navigata
esperienza, pur nascondendo le tracce di un passato incerto e segnato da
un incidente che rischiò di compromettere la sua vita e quella di un
altro pilota. Richiamato da Carl Henry, invalido proprietario della
scuderia che ha investito sul talento di Jimmy, Tanto dovrà impegnarsi
nell’educazione del ragazzo come un secondo pilota con il vezzo de
tutore, mentre cercherà, prima di uscire dalla scena, di costruirsi una
seconda occasione.
Quel
che rimane, si articola disordinatamente tra personaggi ed eventi di
ordinaria qualità satellitare, aridi e smisurati come la tozza
corporeità di questi piloti, le cui ingenue sproporzioni negano al film
persino il decoro della credibilità, lasciando il lavoro impermeabile
alle giustificazioni della fantasia e calandolo senza attenzione in un
ridicolo paradosso. Così, il film si circonda
di comprimari, tra protagonisti e partecipanti, tra eventi statici e
sviluppi accomodati senza interesse; di pause tematiche
distribuite tra i reiterati pit-stop, soltanto un raccordo teso a
congiungere un circuito all’altro dove, attraverso frenetiche ed
avanguardistiche inquadrature, si sviluppano le uniche azioni in grado
di sfiorare questa pellicola, determinate da un prevedibile confronto
geometrico tra esterni (dell’abitacolo) e primissimi piani sugli
sguardi informi, ombrati dai caschi e dalle visiere. Non manca, tra l’altro,
un lacunoso artificio tecnologico che intende, con delle soggettive,
restituire allo spettatore l’indeterminabile sensazione che travolge
un pilota quando la corsa raggiunge il suo epicentro e l’adrenalina
corrompe la percezione delle cose, nel debole tentativo di condividere
con lui il disorientamento della velocità. Più che un sogno compiuto,
questo presuntuoso prodotto sembra lo sfogo di un capriccio.