: Istituto
Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Carlo Semenza: Michel Serrault
Nino Biadene: Daniel Auteuil
Tina Merlin: Laura Morante
Olmo Montaner: Jorge Perugorria
Mario Pancini: Leo Gullotta
Ancilla: Anita Caprioli

È
il 9 ottobre 1963, sono le 22:39. Una ferita che ancora oggi non sembra
in grado di rimarginarsi squarcia la straziata superficie della penisola
italiana: dal monte Toc, dietro la diga che sovrasta la valle del Vajont,
260 milioni di metri cubi di roccia franano nell’acqua, causando
un’onda che annegherà nel fango tutta la valle, e con lei i paesi che
la occupano. Nelle case di Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e Faè
duemila persone muoiono. Al ricordo di un immutabile orrore, fanno da
sfondo le esistenze semplici ed ignare dei loro abitanti, colti senza
avviso nel corso di una serata di calcio, improvvisamente svegliati ad
un destino che li ha inghiottiti in un’oscurità feroce, smorzandone
il pianto, le risa e le parole d’amore nel silenzio. Dietro a questo
iniquo sacrificio, scorrono parallele le dita dei burattinai che hanno
nascosto la testa nella sabbia, nello stesso fango che ha seppellito le
vittime del loro profitto. La diga è ancora lì, eterna, ad osservare
come un Titano il disastro della sua furia, sorda come l’indifferenza
degli dei che l’anno creata.
Renzo
Martinelli, dopo il successo ottenuto dallo spettacolo di Marco
Paolini, tenta una personale ricostruzione delle ragioni politiche e
delle complicità che hanno accompagnato questa "cronaca di una
morte annunciata", intenzionato a smascherare definitivamente una
concatenazione di avvenimenti a lungo taciuti che, lontani dalla
tragedia fortunosa, hanno svelato il coinvolgimento dei dirigenti di una
tra le maggiori aziende edili operanti in Italia durante gli anni ’60:
la S.A.D.E. Un’operazione d’indagine
stratificata, svolta purtroppo con poca coerenza: dottrinale con un
imbarazzante senso di mistificazione, Vajont è un film senza struttura,
colpevole di aver applicato un discontinuo procedimento di sottrazione
laddove sembrava in dovere di approfondire, e di aver invece esasperato
accadimenti e simultaneità marginali satinando senza gusto uno dei
capitoli più sinistri del dopoguerra italiano. Così, la storia sembra
ricamarsi intorno ad un insieme di affettate personalità che
distraggono dai dettagli, svelando un’impalcatura esile e confusa. Le
caratteristiche di un prodotto confezionato per la televisione ci sono
tutte, ma il risultato è decisamente inadatto alle esigenze
drammaturgiche del grande schermo.
Francesco
Russo