
Parigi,
1974. Marco, italiano, e Victor, portoghese, convivono in un
appartamento, respirando nelle strade parigine il clima di contestazione
figlio dell’intramontabile Sessantotto e foriero di continui
cambiamenti. Notte fonda, squillo di telefono: è accaduto, finalmente
è successo, la rivoluzione – passata alla storia come quella dei
garofani – ha rovesciato in Portogallo una delle dittature più lunghe
della storia del Vecchio Continente. Victor piange, freme, vuole partire
per raggiungere il paese dal quale sei anni prima è stato costretto a
scappare. Unico mezzo di locomozione immediato, la Due cavalli gialla di
Marco. Che non può dirgli di no, spezzare la sua emozione. Ma non può
neanche farsi scappare l’opportunità di vivere "dal vero"
la rivoluzione, di sentirsela addosso, di prenderne parte, di
sperimentare qualcosa di cui aveva a lungo sentito parlare e parlato. La
strada è lunga, la macchia gialla si insinua tra i meravigliosi
paesaggi francesi, accarezza le strade, confonde il giorno e la notte.
Ma l’avventura – e non poteva mancare – non va avanti senza Claire,
fiamma di Victor durante gli anni dell’università e amica di
entrambi, trasferitasi dopo il matrimonio a Marsiglia. Tra canzoni,
macchina in panne, meccanici furbastri, treni di rifugiati politici,
posti di blocco ed equivoci i tre arrivano a Lisbona. E incontrano la
rivoluzione, fuori e dentro di sé.
C’è
un po’ tutto quello che ci si aspetta da un film sugli anni Settanta
in questo secondo film di Maurizio Sciarra,
tratto dall’omonimo romanzo di Marco Ferrari.
O meglio, tutto il lato gioioso, interiore, al limite dell’ingenuità
che ha caratterizzato quel periodo. Non ci sono P38, terroristi, volti
coperti e gruppi armati, per una volta, ma c’è un
campionario di luoghi comuni troppo limitato e limitante, un
decalogo di "cose che fanno gli anni Settanta" che intrappola
tutto in un quadro poco veritiero, spesso pallido e sbiadito. Dal
viaggio "on the road" come viaggio dell’anima, dal conflitto
tra valori borghesi ed istinto, tra famiglia e libertà, dall’aborto
al sesso libero, dalla stupidità delle forze dell’ordine alle frasi
che fanno sorridere come "Quelli con la 2cv e con la Renault 4 mi
insospettiscono, quelle sono macchine da sovversivi!" esclamato da
un poliziotto verso i tre ragazzi, tutto sa di
stereotipo, di souvenir di un’epoca passata da troppo per
poterla rivivere con passione.
E’
questo che spesso manca, la passione, in un
affresco che appare sfocato, anemico nonostante le bandiere
rosse sventolate dal treno degli esuli al ritorno in patria, poco
vibrante. C’è poca anima, e dispiace se si considera che questo è un
film sul viaggio, sull’amicizia, sulla scoperta interiore, sulla
rivoluzione, sulla libertà. Sicuramente generazionale, il film
risulta – nonostante le intenzioni del regista – un’operazione
nostalgica che piacerà soprattutto ai 40-50enni ma che non riesce a
trasmettere fino in fondo l’indubbia intensità che quel periodo si
porta dietro, quell’intensità che ne ha fatto per molti, anche più
giovani, un punto di riferimento, un momento da studiare, l’origine di
una libertà di cui ancora si gode. Meravigliose le musiche che
accompagnano il viaggio e bravi gli attori, tra cui Adriano
Giannini, figlio di Giancarlo. Intense le apparizioni di Francisco
Rabal – l’ultima prima della recente scomparsa – nel ruolo
dello zio rivoluzionario di Victor e quella di Georges
Moustaki, nel
ruolo del poeta portoghese esule in Francia che il giovane incontra all’inizio
del film. Vincitore del Pardo d’Oro all’ultimo
festival di Locarno.