Anno VII - Numero 26 - Ottobre 2001

I film del mese


NO MAN’S LAND

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia e Musica: Danis Tanovic
Fotografia
: Walther Vanden Ende
Scenografia
: Dusko Milavec
Costumi: Zvonka Makuc
Montaggio: Francesca Calvelli
Prodotto da
: Frédérique Dumas-Zajdela, Marc Baschet, Cedomir Kolar
(Belgio, Bosnia-Erzegovina, Francia, Slovenia, Italia, Gran Bretagna, 2001)
Durata
: 98'
Distribuzione cinematografica
: 01 Distribuition

PERSONAGGI E INTERPRETI

Ciki: Branko Djuric
Nino: Rene Bitorajac
Cera: Filip Sovagovic
Sergente Marchand: Georges Siatidis
Capitano Dubois: Serge- Henri Valcke
Jane Livingstone: Katrin Cartlidge

Prime luci dell’alba di una nitida giornata estiva. Soldati bosniaci in uniformi irregolari – scarpe da ginnastica e t-shirt con la grande bocca simbolo dei Rolling Stones – si avventurano nella rigogliosa natura jugoslava per raggiungere la postazione dei loro compagni. L’avvistamento improvviso dei nemici, gli spari, lo smembramento del gruppo che viene quasi completamente ucciso. Uno di loro, Ciki, riesce a catapultarsi in una trincea abbandonata costruita proprio tra le due linee, nella cosiddetta terra di nessuno, e a mettersi in salvo. Subito dopo parte una coppia di controllo serba e, dopo una colluttazione nella trincea, rimane vivo solo il giovane dei due, Nino. Da qui parte tutto lo sviluppo del film e della sua poetica, la polemica che si porta dentro e la grande abilità del regista di trasportare un conflitto lungo e difficile nella stretta striscia di terra della trincea. In più – con toni surreali e ironici – un terzo soldato, un bosniaco, viene crocifisso ad una mina dalla quale non può spostarsi senza saltare in aria, e gli altri con lui. In una sorta di inedita ma umana solidarietà i due architettano escamotages addirittura comici per uscire dalla situazione, finché non appare la figura, buona ma sbiadita, di un volenteroso sergente delle Nazioni Unite, seguito da un nugolo di agguerriti giornalisti a caccia di scoop. Ma non sarà lui a liberarli.

La guerra vista nella sua totale assurdità, ridotta al microscopico interno di una trincea, stretta tra le umide mura di terra di un ambiente duro e spoglio, riempito dall’umanità di due uomini simili che cercano di uccidersi senza riuscire a capire da dove e per colpa di chi i loro destini hanno cominciato a fronteggiarsi, per cosa i vicini hanno iniziato a non parlarsi, per chi gli amici hanno dovuto odiarsi. Ed è questa la forza che permette a questo film di appassionare, di resistere con due sole voci allontanandosi dai grandi spazi del conflitto, dal sangue e dai mezzi di morte che siamo abituati a vedere nelle grandi produzioni di film bellici. Qui non c’è quasi mai violenza diretta, tranne che nel cruciale momento finale, ma aleggia ovunque la crudele ingiustizia della follia di una guerra che ha reso improvvisamente inaccettabili compromessi che sembravano plausibili. 

Non c’è tentativo di mistificare o di negare la brutalità della guerra nei Balcani da parte di Tanovic, c’è più che altro una condanna alla guerra in tutte le sue forme, un rifiuto dell’odio, la profonda comprensione dell’inutilità del conflitto. E nulla poteva riuscire meglio in quest’intento che mettere l’uno contro l’altro due uomini normali, con due vite simili, con conoscenze in comune, e arricchire i dialoghi di una normalità che scivola via come ad una partita di pallone, ma che schizza altrove e si trasforma in diffidenza e violenza nel momento in cui torna, all’improvviso, il ricordo di quel conflitto forzato, del nemico che ci si trova davanti. Altro aspetto interessante del film è la critica nei confronti dei media e della scorretta funzione dell’informazione in particolare durante la guerra in Jugoslavia, che tende ad inasprire gli scontri, a terrorizzare le popolazioni. Incarnata nel corpo di una giovane e nervosa reporter inglese, la tv e le sue immagini istantanee pronte per saziare gli appetiti ottici dei voyeur del mondo, ricalcano la realtà, la braccano, la catturano e a volte la deformano.

Fania Petrelli


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