: BIM
PERSONAGGI E INTERPRETI
Nafas: Niloufar Pazira
Khak: Sadou Teymouri
Tabid Shaid: Hassan Tantai



Nella
terra delle "teste nere" (le donne coperte dalla pesante
stoffa del burqa imposto dal governo talebano) una giornalista afghana
residente in Canada deve intraprendere una corsa contro il tempo: sua
sorella, rimasta in patria, le ha annunciato con una lettera la volontà
di uccidersi prima dell’imminente eclissi solare, impreparata a
sopportare le restrizioni della crudele dittatura talebana. Nafas,
accompagnata soltanto dal suo registratore, comincia un viaggio per
raggiungere Kandahar nel più breve tempo possibile, incontrando ad ogni
tappa una carrellata di personaggi che, di volta in volta e spinte da
interessi diversi, tenteranno di aiutarla, o di contrastarla.
La
povertà dei mezzi che il regista iraniano Mohsen
Makhmalbaf (in Italia conosciuto soltanto per "Pane e
fiore", del 1996) ha a disposizione, non gli impedisce di scandire
attraverso una regia sobria questa equilibrata composizione di episodi
disgiunti. Non è il deserto simbiotico di Lawrence D’Arabia, pronto
ad inghiottire chi lo osserva nel tragico e paternale splendore delle
dune, ma è, pur in tanto nitore, uno spazio di desolata, divina e
distante magnificenza; nel suo algido pallore "ogni uomo
rappresenta un pericolo, o un un’opportunità di fare del bene":
un deserto tematicamente compatto, decorato da primi piani che hanno il
merito di non ricreare una distanza tra i soggetti e l’ambiente che li
contiene. Oltre lo specchio, invece, il fosco
materialismo di Makhmalbaf trasforma il film in un road-movie anomalo
limato da una debolezza per la rappresentazione onirica (ad
esempio, il volo ripetuto delle protesi lanciate dagli aerei,
simbolicamente trattenute nello spazio e nel tempo), la cui protagonista
entra in scena quando ogni "presentazione" al pubblico è
oramai stata fatta. Il suo ruolo viene spesso decentrato, e la
bravissima Niloufar Pazira, che interpreta
se stessa, diventa un pretesto semantico, un oggetto ricorrente
distribuito per un luogo e l’altro del racconto. Fanno eccezione l’incontro
con il medico e l’attraversamento del deserto insieme alle "teste
nere", occasioni in cui la sua presenza riesce effettivamente ad
inserirsi nelle determinazioni narrative.
Dal
momento dell’incontro con il gruppo di donne, poi, lo straordinario
autore muta il registro e si rivolge ad un superbo, pittorico
astrattismo per trasformare l’Afghanistan in un limbo dove male e bene
sono infezioni equidistanti dalla vita quotidiana e dalla sopravvivenza
del suo popolo, dove la guerra prolifera come uno stato mentale:
sfaccettatura di un tempo senza confini, di un’evidenza che ha
superato da molto la meraviglia dell’evento, ma sembra riposare
impietosa su di una retta immobile che scompare ad ogni orizzonte.