Anno VII - Numero 26 - Ottobre 2001

I film del mese


VIAGGIO A KANDAHAR

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Mohsen Makhmalbaf
Fotografia: Ebrahim Ghafouri
Musica
: M.R. Darvishi Mohamad Reza Daryshy
Montaggio
: Mohsen Makhmalbaf
Prodotto da
: Makhmalbaf Film House, Bac Films e Studio Canal
Durata
: 90’
(Iran, 2001)

Distribuzione cinematografica
: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Nafas: Niloufar Pazira
Khak: Sadou Teymouri
Tabid Shaid: Hassan Tantai

Nella terra delle "teste nere" (le donne coperte dalla pesante stoffa del burqa imposto dal governo talebano) una giornalista afghana residente in Canada deve intraprendere una corsa contro il tempo: sua sorella, rimasta in patria, le ha annunciato con una lettera la volontà di uccidersi prima dell’imminente eclissi solare, impreparata a sopportare le restrizioni della crudele dittatura talebana. Nafas, accompagnata soltanto dal suo registratore, comincia un viaggio per raggiungere Kandahar nel più breve tempo possibile, incontrando ad ogni tappa una carrellata di personaggi che, di volta in volta e spinte da interessi diversi, tenteranno di aiutarla, o di contrastarla. 

La povertà dei mezzi che il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (in Italia conosciuto soltanto per "Pane e fiore", del 1996) ha a disposizione, non gli impedisce di scandire attraverso una regia sobria questa equilibrata composizione di episodi disgiunti. Non è il deserto simbiotico di Lawrence D’Arabia, pronto ad inghiottire chi lo osserva nel tragico e paternale splendore delle dune, ma è, pur in tanto nitore, uno spazio di desolata, divina e distante magnificenza; nel suo algido pallore "ogni uomo rappresenta un pericolo, o un un’opportunità di fare del bene": un deserto tematicamente compatto, decorato da primi piani che hanno il merito di non ricreare una distanza tra i soggetti e l’ambiente che li contiene. Oltre lo specchio, invece, il fosco materialismo di Makhmalbaf trasforma il film in un road-movie anomalo limato da una debolezza per la rappresentazione onirica (ad esempio, il volo ripetuto delle protesi lanciate dagli aerei, simbolicamente trattenute nello spazio e nel tempo), la cui protagonista entra in scena quando ogni "presentazione" al pubblico è oramai stata fatta. Il suo ruolo viene spesso decentrato, e la bravissima Niloufar Pazira, che interpreta se stessa, diventa un pretesto semantico, un oggetto ricorrente distribuito per un luogo e l’altro del racconto. Fanno eccezione l’incontro con il medico e l’attraversamento del deserto insieme alle "teste nere", occasioni in cui la sua presenza riesce effettivamente ad inserirsi nelle determinazioni narrative. 

Dal momento dell’incontro con il gruppo di donne, poi, lo straordinario autore muta il registro e si rivolge ad un superbo, pittorico astrattismo per trasformare l’Afghanistan in un limbo dove male e bene sono infezioni equidistanti dalla vita quotidiana e dalla sopravvivenza del suo popolo, dove la guerra prolifera come uno stato mentale: sfaccettatura di un tempo senza confini, di un’evidenza che ha superato da molto la meraviglia dell’evento, ma sembra riposare impietosa su di una retta immobile che scompare ad ogni orizzonte.

Francesco Russo


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