Anno VII - Numero 26 - Ottobre 2001

I film del mese


LA MALEDIZIONE DELLO SCORPIONE DI GIADA
(THE CURSE OF JADE SCORPION)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Woody Allen
Fotografia: Zhao Fei
Scenografia
: Santo Loquasto
Costumi
: Suzanne McCabe
Musica
: Gary Alper
Montaggio
: Alisa Lepselter
Prodotto da
: Woody Allen Letty Aronson, Helen Robin
(USA, 2001)

Durata
: 102’
Distribuzione cinematografica
: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Betty Ann "Fitz" Fitzgerald: Helen Hunt
CW Briggs: Woody Allen
Laura Kensington: Charlize Theron
Chris Magruder: Dan Aykroyd
Jill: Elizabeth Berkley

Nella New York del 1940, CW Briggs è un goffo investigatore impiegato presso una società assicurativa ed è, nel suo piccolo, una leggenda: non particolarmente brillante, dichiara però di possedere un istinto straordinario davanti ai casi impossibili, risolti in verità da una fitta rete d’informatori disseminati per i bassifondi della Grande Mela. La sua vita disordinata e calma viene turbata il giorno in cui la signorina Fitzgerald, assunta dal direttore per riorganizzare le condizioni lavorative del personale, manifesta seri dubbi sulla professionalità del suo ruolo. Ma un evento straordinario scatenerà il meccanismo destinato a cambiare le condizioni del loro rapporto. Un meccanismo prodigioso e inconsueto, che include un mago, uno "Scorpione di Giada" e una misteriosa catena di furti. 

Sembra viaggiare in direzione opposta al tempo, l’arte di Woody Allen. Oggi, il suo cinema cerca una risposta all’incessante rovina dell’invecchiamento. L’unica cosa che non sembra mancare a questo colto mattatore è la consapevolezza del suo universo sensibile, sovrapposta ancora ad un’invidiabile inclinazione per il "citarsi addosso". Se fosse sfuggito, Allen continua a proiettare se stesso sul grande schermo, a toccarsi il viso col timore degli anni, eppur con invidiabile onestà. La sua ipnosi e la sua immobilità intellettuale sono arti di un burattino senza controllo, piegato dal confortante folclore di uno "Scorpione di Giada", ma raggiunto dalla limpidezza del pensiero adulto; luci proiettate su un teatro di "ombre e nebbia". 

Coscienza del caos, si potrebbe ipotizzare, allestita dalle inesauste fonti che hanno indirizzato ogni sua scelta creativa, su cui dominano l’amore per il noir bogartiano e la sofisticazione del senso comico introdotta dal cinema dei Marx di cui, in fondo, il suo è soltanto un raffinato sviluppo. Di nuovo, il rapporto disarmonico tra la finzione del racconto e la vita quotidiana lo affligge, ma stavolta trascinandolo oltre il disimpegno malinconico con un sorriso che le sue labbra, immaginavamo, non avrebbero mai tradito, mentre annuisce alla delicatezza di un vincolo, fragile come un velo di cristallo. Scavalcata l’ansia del conflitto che il regista non è in grado di risolvere, quindi, l’illusione ritrova una serenità sinfonica che abbraccia l’intero cast: Aykroyd, la Hunt e la Theron vengono trascinati in una deformata caricatura dei loro stereotipi da una regia celebrativa, ordinata e fluida. A volte, dice Allen del miraggio (cinematografico), è quanto di più bello il mondo possa riservarci. Il film è un invito a goderne le delizie sul filo delle ultime e sfuggenti inquadrature, che sembrano varcare una soglia al termine di un viaggio, nascondendo il sapore dolciastro di un commiato.

Francesco Russo


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