PERSONAGGI E INTERPRETI
Lisa: Sophie Marceau
Verlac: Michel Serrault
Martin: Frederic Diefenthal
Genda Spencer: Julie Christie
Bertrand Faussier: Jean-François Balmer
Simmonet: Lionel Abelanshi

Nel 1965, andò in onda in molti paesi europei uno
sceneggiato in quattro puntate destinato ad entrare nella allora ancor
breve storia della televisione: "Belfagor, ovvero il fantasma del
Louvre" di Claude Barma incollò milioni di telespettatori alle
poltrone e divenne, segnatamente in Francia, un autentico fenomeno di
costume. Basato sull’omonimo romanzo di Arthur Bernède (1927), esso
narra delle apparizioni nel celebre museo parigino d’una misteriosa
figura (avvolta in un mantello scuro, col viso ricoperto da una maschera
di cuoio) in prossimità della statua di Belfagor, divinità caldea dell’inganno.
Lo scioglimento dell’enigma, contraddistinto pure da morti violente,
aveva a che fare con l’attività esoterica d’un gruppo di occultisti
ispirati dai Rosacroce: ciò che tuttavia colpisce ancora, a distanza di
anni, è il clima di mistero e le atmosfere gotico-espressioniste che
contraddistinguono la messa in scena, vere chiavi di volta dell’enorme
successo - e del meritato status di "cult" - della serie.
Chi cerchi nel lungometraggio di Jean-Paul
Salomé l’equivalente dei brividi d’un tempo, si prepari ad
una cocente delusione: qui Belfagor è solo un
pretesto narrativo per lucrar quattrini soffiando sul fuoco della
nostalgia, ché l’intera vicenda pare una innecessaria
postilla a quel cinema degli effetti speciali (in particolare, ci si
ispira al discutibile "La mummia") che negli Usa già da tempo
comincia a dar segni di inesorabile declino. Pressoché
privo di sceneggiatura, recitato a scatti da attori inesistenti
(solo Serrault si difende con dignità), diretto
svogliatamente da un cineasta davvero poco ispirato, questo
"Belfagor" dai colori smaglianti ed ipertecnologizzato fa
rimpiangere amaramente il bianco-e-nero poveristico, il gusto per il
racconto ben congegnato proprio dell’originale.