: Warner
Bros
PERSONAGGI E INTERPRETI
David: Haley Joel Osment
Gigolo Joe: Jude Law
Monica Swinton: Frances O’Connor
Henry Swinton: Sam Robards
Martin Swinton: Jake Thomas
Professor Hobby: William Hurt




In un imprecisato futuro, dove le acque hanno
sommerso gran parte del mondo abitato e fatto sparire città come
Amsterdam, Venezia e New York, l’umanità sopravvive solamente in
alcuni luoghi - ad esempio, nel New Jersey - e nel draconiano rispetto
di certe regole: essendo le risorse limitate, il numero delle nuove
nascite è soggetto a stretto contingentamento ed agli automi sono
demandati un’infinità di compiti pratici. E’ del professor Allen
Hobby l’idea di produrre per la prima volta un essere meccanico capace
di amare: esso assume la forma fisica di un bambino, Danny, e viene
sperimentalmente affidato alle cure degli Swinton, una coppia il cui
unico figliolo giace in un coma profondo dal quale non si sa se e quando
potrà essere risvegliato...
Prende di qui le mosse la vicenda raccontata da
Steven Spielberg in "A.I.", sua ultima ed ambiziosissima
fatica filmica, in qualche modo ereditata da Stanley Kubrick che vi si
era dedicato a lungo prima di morire. Sulla scorta del racconto di Brian
Aldiss "Super-Toys Last All Summer Long" (1969), il regista di
"E.T." (1982) e "L’impero del sole" (1987) torna
al suo argomento preferito: il lungo coming home di un ragazzino che ha
perduto, per un accidente del caso o della Storia, il proprio nucleo
familiare. Ad esso si coniuga, nella fattispecie, il tema della
creazione da parte dell’uomo di esseri artificiali, spesso fonte -
nella leggenda medievale del golem, nel celebre "Frankenstein"
di Mary Shelley, in una miriade di film dell’orrore - di spavento ed
angoscia incontenibili.
Con l’apporto di straordinari contributi tecnici -
la superba fotografia di Janusz Kaminski, sospesa fra bianchi accecanti
e lampi di colore; il suggestivo lavoro dell’artista Chris
Baker,
affiancato dal fido scenografo Rick Carter - e di attori strepitosi (il
piccolo Osment è semplicemente memorabile, mentre Jude Law tratteggia
con maestria il proprio singolare personaggio), Spielberg ci conduce per
mano in un universo futuribile segnato dalle stimmate della
credibilità: in special modo nella seconda parte, laddove David -
abbandonato dalla madre adottiva - inizia a peregrinare tra feroci
giostre d’un medioevo prossimo venturo e scintillanti luoghi
forzatamente ludici, il talento del Nostro ha modo di esaltarsi oltre
ogni misura, occhieggiando in egual misura a "Blade Runner" e
ad "Arancia meccanica, al "Pianeta delle scimmie" ed a
"2001: Odissea nello spazio", senza tuttavia perdere un etto
in originalità.
Sovente accusato di inclinare benevolmente dalla
parte dello spettatore, il narratore di cinefiabe per eccellenza
stavolta trova il coraggio di andare sino in fondo, di mostrare la parte
buia e non detta di molte cose sue: se infatti il discorso sulla
orribilità della deumanizzazione trova nella potente sequenza del Flesh
Fair una pregnanza che invano si cercherebbe nel sussiegoso "Amistad",
è proprio nel finale disvelamento della morale della favola che la
pellicola tocca le proprie note più alte ed intense.
Laddove il robot David, perduto per millenni dietro
al proprio insopprimibile desiderio - mutuato dal "Pinocchio"
di Collodi - di mutarsi in un bimbo di carne ed ossa, giunge alfine ad
una sorta di simulacro dei propri sogni destinato a svanire all’alba.
Perché essere reali significa essere mortali: ed il voler diventare
umani comporta la gioia di amare, ma anche l’onere di invecchiare. Di
accettare quel mistero ch’è l’obsolescenza programmata, destinato
ad acclararsi nella quiete acronotopica del grande sonno.