Anno VII - Numero 26 - Ottobre 2001

I film del mese


A. I. INTELLIGENZA ARTIFICIALE
(A. I. ARTIFICIAL INTELLIGENCE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia:  Steven Spielberg
Fotografia
: Janusz Kaminski
Scenografia
: Rick Carter
Costumi
: Bob Ringwood
Musica
: John Williams
Montaggio
: Michael Kahn
Prodotto da
: Kathleen Kennedy, Steven Spielberg, Bonnie Curtis
(USA, 2001)

Durata
: 144'
Distribuzione cinematografica
: Warner Bros

PERSONAGGI E INTERPRETI

David: Haley Joel Osment
Gigolo Joe: Jude Law
Monica Swinton: Frances O’Connor
Henry Swinton: Sam Robards
Martin Swinton: Jake Thomas
Professor Hobby: William Hurt

In un imprecisato futuro, dove le acque hanno sommerso gran parte del mondo abitato e fatto sparire città come Amsterdam, Venezia e New York, l’umanità sopravvive solamente in alcuni luoghi - ad esempio, nel New Jersey - e nel draconiano rispetto di certe regole: essendo le risorse limitate, il numero delle nuove nascite è soggetto a stretto contingentamento ed agli automi sono demandati un’infinità di compiti pratici. E’ del professor Allen Hobby l’idea di produrre per la prima volta un essere meccanico capace di amare: esso assume la forma fisica di un bambino, Danny, e viene sperimentalmente affidato alle cure degli Swinton, una coppia il cui unico figliolo giace in un coma profondo dal quale non si sa se e quando potrà essere risvegliato...

Prende di qui le mosse la vicenda raccontata da Steven Spielberg in "A.I.", sua ultima ed ambiziosissima fatica filmica, in qualche modo ereditata da Stanley Kubrick che vi si era dedicato a lungo prima di morire. Sulla scorta del racconto di Brian Aldiss "Super-Toys Last All Summer Long" (1969), il regista di "E.T." (1982) e "L’impero del sole" (1987) torna al suo argomento preferito: il lungo coming home di un ragazzino che ha perduto, per un accidente del caso o della Storia, il proprio nucleo familiare. Ad esso si coniuga, nella fattispecie, il tema della creazione da parte dell’uomo di esseri artificiali, spesso fonte - nella leggenda medievale del golem, nel celebre "Frankenstein" di Mary Shelley, in una miriade di film dell’orrore - di spavento ed angoscia incontenibili.

Con l’apporto di straordinari contributi tecnici - la superba fotografia di Janusz Kaminski, sospesa fra bianchi accecanti e lampi di colore; il suggestivo lavoro dell’artista Chris Baker, affiancato dal fido scenografo Rick Carter - e di attori strepitosi (il piccolo Osment è semplicemente memorabile, mentre Jude Law tratteggia con maestria il proprio singolare personaggio), Spielberg ci conduce per mano in un universo futuribile segnato dalle stimmate della credibilità: in special modo nella seconda parte, laddove David - abbandonato dalla madre adottiva - inizia a peregrinare tra feroci giostre d’un medioevo prossimo venturo e scintillanti luoghi forzatamente ludici, il talento del Nostro ha modo di esaltarsi oltre ogni misura, occhieggiando in egual misura a "Blade Runner" e ad "Arancia meccanica, al "Pianeta delle scimmie" ed a "2001: Odissea nello spazio", senza tuttavia perdere un etto in originalità.

Sovente accusato di inclinare benevolmente dalla parte dello spettatore, il narratore di cinefiabe per eccellenza stavolta trova il coraggio di andare sino in fondo, di mostrare la parte buia e non detta di molte cose sue: se infatti il discorso sulla orribilità della deumanizzazione trova nella potente sequenza del Flesh Fair una pregnanza che invano si cercherebbe nel sussiegoso "Amistad", è proprio nel finale disvelamento della morale della favola che la pellicola tocca le proprie note più alte ed intense.
Laddove il robot David, perduto per millenni dietro al proprio insopprimibile desiderio - mutuato dal "Pinocchio" di Collodi - di mutarsi in un bimbo di carne ed ossa, giunge alfine ad una sorta di simulacro dei propri sogni destinato a svanire all’alba. Perché essere reali significa essere mortali: ed il voler diventare umani comporta la gioia di amare, ma anche l’onere di invecchiare. Di accettare quel mistero ch’è l’obsolescenza programmata, destinato ad acclararsi nella quiete acronotopica del grande sonno.

Francesco Troiano

Il sito ufficiale del film


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