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The Godfather (Il Padrino) - 1972
Francis Ford Coppola dirige il
"Padrino", nel 1972, all’età di 29-30 anni. Il romanzo
originale di Mario Puzo, coautore con Francis della sceneggiatura,
rimane complementare al film, che difatti ne segue fedelmente la
struttura narrativa e sincronica. "The Godfather" è la
storia della famiglia Corleone: Don Vito (Marlon Brando), Michael
(Al Pacino), Sonny (James Caan), Fredo (John Cazale), Connie (Talia
Shire), e il ragazzo adottato da Sonny, ora avvocato della famiglia,
l’irlandese Tom Hagen (Robert Duvall). Fotografato dal fido Gordon
Willis, in giallo-seppia, narrato seguendo gli stilemi dei noir
Classici degli anni ’40, con la macchina da presa fissa, "The
Godfather" ha volutamente un impianto scenico teatrale. Il film
si apre con la sequenza della festa di nozze di Connie – come nel
testo di Puzo -: la figlia di Don Vito, che si sposa, nell’agosto
del 1945, con Carlo Rizzi. Assistiamo a personaggi di prima
generazione siciliani che cantano canzoni popolari piccanti alla
luce del sole. Per contrasto poi vediamo uno studio dall’atmosfera
buia e trafitta da timidi raggi solari che filtrano da una
tapparella, e dagli schiamazzi della festa che impazza, là fuori.
Seduto, immobile dietro una scrivania, Vito Corleone, Marlon Brando,
icona da chanson de geste: con il mento imbottito e il suo precario
ma enfatico "brookolino", e lo sguardo triste. In queste
due immagini si cela l’intera cifra stilistica del film: un
equilibrio continuo fra luce ed ombra, sul piano empirico e su
quello contenutistico. Michael nel finale è testimone del battesimo
di suo nipote, mentre ad ogni litania, ad ogni rivolo d’acqua che
scorre sulla testolina del bimbo, il montaggio alterna un omicidio
ordito dallo stesso Michael. La "tranche de vie" della
famiglia Corleone diviene il pertugio entro cui scandagliare la
società americana, le connivenze con il Crimine Organizzato, lo
scambio rapsodico di male con bene. Don Vito è negromante, mago
leonardesco, entità fisica e spirituale che si srotola per l’intera
pellicola. Le chiaccherate nell’orto tra Michael e il padre, il
vino sorseggiato assieme, i consigli sussurrati, si riverberano per
il resto del film. Se il Don è legato ad un codice d’onore ormai
sorpassato, Michael è il nuovo Godfather, scaltro, dominatore
carismatico ed implacabile. E la manipolazione – l’unica - di
Coppola sul testo di Puzo è l’aurea che circonda Michael: in
Puzo, Mike è duro; in Coppola, diviene quasi repellente, eppure
seduttivo. E’ il male o è il bene – se non è al di là di
questi. E se Scott Fitzgerald è l’autore che ci ha fatto amare i
ricchi, Coppola è il cineasta che ha sedotto le nostre passioni
cinefile con il Male. Il regista infine è attento all’asse
portante di tutta la filosofia di Cosa Nostra, cioè alla tradizione
orale: nel film non si fa mai riferimento ad un libro, ad un pagina
scritta. Solo le parole bisbigliate, gli sguardi loquaci sono il
veicolo su cui viaggia la drammaturgica tela intessuta da Coppola.
The Godfather Part II (Il Padrino Parte II) -
1974
Francis Coppola è Michael: nuovo "Last
Tycon" di Hollywood, intelligente da capire che il Padrino gli
ha aperto quelle "Ali dell’arcobaleno" che il suo
omonimo film gli ha tarpato, e dotato di stile consolidato per
virare in senso formale le restrizioni creative degli "Studios".
In "The Godfather, Part II" Michael è come Riccardo III,
si isola dal mondo delle Famiglie e dalla sua medesima di famiglia
con un trapasso atroce, violento, per restare, in solitudine, seduto
ad osservare nella sua memoria tracce di un passato da lui sepolto.
Prima di questa conclusione, Coppola frattura la "consecutio"
naturale fra il primo ed il secondo episodio inserendo (in un
montaggio che ha ispirato Quentin Tarantino) un antefatto allo
stesso "Padrino I": la giovinezza di Don Vito
(interpretata con dovizia linguistica italo-americana da uno
straordinario Bob De Niro), nella little Italy inizio secolo, che
oltre a dare un ’continuum’ alla saga – per paradosso con un
salto all’indietro – motiva anche le ragioni sociali della
nascita del Don come il vero Sacro protettore degli italiani a New
York. E l’investitura di Vito avviene in contemporanea alla festa
della Vergine: quasi che Vito sia da quel momento un’altra sacra
immagine che l’emigrante italiano invoca. In quella che è invece
la prosecuzione cronologica della storia di Michael, ora che il Don
è morto dentro un orto – come un contadino –, è ancora la
festa – una festa di beneficenza in onore di Michael, nel 1958,
sul Lago Tahoe – che apre il film. Ma le canzoni sicule sono
storpiate con inflessioni americane: è il segno di una
contaminazione subìta dalla famiglia, che non è più custodita nel
comportamento saggio e affettato di Don Vito, ma nei modi americani,
brillanti, imprenditoriali di Mike. E Mike allarga i suoi business:
Cuba, (con un cameo di Lee Strasberg nei panni di un mellifluo boss
ebreo, Ayman Roth), in cui assiste alla rivoluzione e preannuncia la
vittoria ai Castristi, e lascia che la Famiglia Corleone abbia la
sua rinascenza, incuneandosi in una spirale retta da un’ansia
distruttiva, che coinvolge anche suo fratello Fredo (John Cazale),
reo di aver congiurato contro il Don, loro padre. La figura di Mike
diviene via via più torva: direttamente proporzionale alla
direzione intrapresa dalla sua strategia: eliminare uno ad uno tutti
i nemici della famiglia al duro prezzo della solitudine e del
rimorso. "Il Padrino II" mantiene la struttura narrativa e
stilistica del primo (cui lancia rimandi in continuazione), ancora
Willis alla fotografia, e Puzo alla sceneggiatura, ma un cupo
pessimismo sulle scelte della natura umana, una sorta di macabro
esistenzialismo attraversa l’intero film, riflesso distorto di una
"poesia del gangster " della Prima Parte, che vira in puro
crimine efferato nella Seconda, e di cui Mike ne è il mefistofelico
terminale. Se nel "Padrino I" Coppola illumina la società
dei Corleone di un compiacimento e di una dignità, nella seconda
parte inquina ogni sprazzo di morale – se non quella sacra della
salvezza della Famiglia – per mutare Mike, come detto, in un
Riccardo III, dal "Cuore di Tenebra".
The Godfather Part III (Il Padrino Parte III) –
1990
Ancora una volta, il terzo episodio della saga de
"Il Padrino" inizia con una festa. Siamo ormai nel 1979 e
Mike è ricco e invecchiato ed è insignito della Croce di San
Sebastiano, con un tenue malinconico e grigio portamento che gli
copre il volto e lo sguardo. E questa nuova veste di Mike, non più
feroce, ma dimesso, è la ragione che affievolisce la potenza della
film, che rimane, dei tre, l’episodio di certo minore. Chi deve
succedere a Mike è Vincent (Andy Garcia), figlio di Sonny, violento
e collerico come il padre. E di cui si innamora la figlia di Mike,
Mary (Sofia Coppola). Intanto nella mente di Mike si installa il
progetto di legalizzare la famiglia. Viaggiano, i Corleone, a Roma,
prima, e in Sicilia, poi. Nella capitale Mike è testimone di molti
misteri insoluti nostrani: Calvi, lo IOR, Sindona, e incontra
persino Papa Luciani, che Coppola suggerisce essere stato ucciso.
Finché in Sicilia, a Palermo, nel Teatro Massimo, durante l’esordio
del figlio Anthony come cantante lirico ne "La Cavalleria
Rusticana", nell’unica sequenza che può confrontarsi con i
due precedenti episodi, e in cui la finzione si miscela alla
realtà, muore la figlia Mary, uccisa, per errore, al posto di Mike.
Che ha pagato così il suo dazio al destino, e che morirà avulso
dal crimine, reo-confesso e pentito dell’omicidio del fratello
Fredo, solo e nella sua Sicilia assolata, sotto un crocifisso. Come
un contadino, come il padre. La terza parte a dispetto di quel che
si è scritto non è stata considerata da Coppola come uno sbiadito
pendant degli altri due film. Lo vediamo dai "credits":
ancora Puzo alla sceneggiatura e Willis alla fotografia, Dean
Tavoularis alle scene, Milena Canonero ai costumi; e, oltre ad Al
pacino, Diane Keaton e Talia Shire, Andy Garcia, John Savage ed Eli
Wallach, fra gli altri, nel cast. Il film piuttosto pecca di
magniloquenza: Coppola si ostina a rendere in qualche modo Mike
testimone degli ambigui business italiani, insiste insomma nella
tesi già formulata nella "Parte II" e suggerita nella
"Prima": la convivenza tra Crimine e Potere, e in
particolare, e in questo episodio, sull’indagine del pentimento di
un uomo, e osando quindi discutere di troppi temi a un tempo. In
termini hegeliani potremmo dire che nella "III Parte"
Coppola, dopo la Tesi e l’Antitesi, torna alla Sintesi. Alla
fonte, ovvero alla sua Italia (l’Italia vista comunque con gli
occhi di un oriundo), alla sua Sicilia, lasciando spazio però alla
sua logorrea visiva, non più sorretta dalla vis creativa di "Apocalypse
Now", del 1979. Se "Il Padrino Parte III" non rimane
un classico, come i suoi due illustri precedenti, ha ancora tuttavia
un’anima, meno spontanea, ma che in ogni caso conclude una
trilogia sulla mafia italiana in America, al cui cospetto ogni film
dello stesso genere impallidisce.
Luigi Senise
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