Andrea: Stefano Accorsi
Dolores: Anita Caprioli
Bart: Libero De Rienzo
Lucia: Mandala Tayde

Andrea
ha 27 anni, una laurea in lettere, una casa sgarrupata nel centro di
Torino che divide con l’amico Bart, laureato in lettere anche lui e
scannato, un’amica del cuore italo-indiana di nome Lucia e un numero
incalcolabile di colloqui di lavoro non andati a buon fine. Nelle sue
giornate fatte di corse tra un’azienda e un’altra, una partita a
squash casalingo con l’amico e una gara a chi scova le notizie più
inverosimili – con tanto di conteggio numerico – un giro di zapping
frenetico e qualche buona lettura, irrompe l’angelica ma provocante
figura di Dolores, giovane professoressa di italiano con velleità di
attrice. Il solito tran tran di trentenne ancora non definito viene
dunque invaso dalla forza di un amore che ha le tinte forti di una
scoperta, che diventa quasi ingestibile, che sovrasta tutte le altre
priorità.
Sarà
la presenza di Stefano Accorsi, saranno i
connotati non ancora delineati dei personaggi, sarà l’indiscutibile
predominanza dei sentimenti su tutto il resto, ma è inevitabile non
pensare, guardando questo film, al fortunato exploit del "L'ultimo
bacio" di Muccino. Non ne sarà contento il regista, Marco
Ponti, al suo primo lungometraggio realizzato su una
sceneggiatura scritta molto prima della creatura mucciniana, ma il salto
mentale è inevitabile e in molti aspetti ne ricalca i toni.
Generazionale lo è, il film , circoscritto ad uno spaccato esiguo dell’umanità
che appare lontano anni luce dalla realtà, esasperato negli aspetti che
potrebbero sembrare più verosimili. La sindrome di Peter Pan è una
costante dei nostri anni, questo sì, ma qui – come ne "L'ultimo
bacio" del resto – sembrano azzerate tutte le sfumature umane dei
protagonisti, il loro spessore emotivo, la loro unicità. Un modo troppo
semplicistico di indagare l’universo di questi trentenni allo sbando,
preparati ma mai abbastanza scaltri per un mondo del lavoro super
competitivo, "acculturati" ma secondo un clichè fatto di
Benni e Radfield,, "Butch Cassidy" e Manu Chao, i cartoni
animati e il cinema anni Settanta. Un po’ stereotipato e riduttivo per
chi fa parte di questa generazione che in realtà è molto più
variegata e cosciente di sé di come appaiono Accorsi e compagni,
completamente avulsi da ciò che li circonda.
Ponti
si salva dalla presunzione grazie al fatto di raccontare una piccola
storia, di non voler a tutti i costi porsi come affresco esaustivo di un’intera
generazione, tentazione sfuggita dalle mani alla pellicola proprio a
Muccino. A modo loro i giovani di Ponti sono dei piccoli eroi del
quotidiano, che cercano qualcosa di diverso per se stessi, un modo nuovo
di vivere, una dimensione differente da quella in cui si è cresciuti,
correndo il rischio di non trovarla mai. Tutto sommato a prevalere qui,
come in tutti i film della storia e come nella realtà di tutti i
giorni, è l’amore, vissuto quasi con incoscienza e irrazionalità, in
maniera totale. Girato molto bene, con trovate
originali e ritmo sostenuto, il film ha la grande qualità di riprodurre
la realtà esagerandola, uscendo un po’ fuori dalle righe nella
narrazione. La stessa Dolores nella sua perfezione, mix
impeccabile di tenerezza ed erotismo, sembra inverosimile, così come la
paziente amica Lucia, innamorata maltrattata di un giovane italiano.
Accorsi come sempre buca lo schermo e regala fascino ai personaggi che
interpreta, riempiendo le inquadrature con il suo sorrisone impeccabile.
Belle le musiche, nate dall’unione di due componenti dei Subsonica ed
un dee-jay, creatura dal nome Motel Connection. In ultimo, per dovere di
cronaca e per svelare l’arcano: "Santa Maradona" è un brano
del 1994 dei Mano Negra, ex gruppo di Manu Chao.