:
Fandango
PERSONAGGI E INTERPRETI
Danny: Noah Taylor
Sam: Emily Hamilton
Anya: Romane Bohringer
Taylor: Alex Menglet
Flip: Damian Walshe-Howling


A
Brisbane il giovane Danny, scrittore di trent’anni senza successo,
vive in una decadente abitazione insieme ad un bizzarro ed irrequieto
gruppo di ordinamento rigidamente maschile, la cui sola rappresentante
del gentil sesso, Sam, ha preferenze omosessuali. Contemporaneamente all’arrivo
di Anya, grottesca esistenzialista con un debole per i riti esoterici,
la situazione comincia a precipitare e si fanno vivi persino due
minacciosi individui a cui Danny sembra dovere dei soldi. L’insofferente
squattrinato deduce sia venuta l’ora di cambiare aria e si trasferisce
rapidamente in un'altra residenza, dove coabita insieme ad un peritoso
ragazzo con interessi politici filo-marxisti, stavolta a Melbourne. Ma
il destino, che sembra accanirsi contro la sua serenità, lo porta a
fuggire ancora dopo un involontario contrattempo con l’intransigente
polizia dello stato di Vittoria. Ultima tappa, Sidney, in un
appartamento di singolare eleganza abitato da pomposi individui,
assuefatti da nevrosi e frustrazioni. Purtroppo per lui, di nuovo, gli
imprevisti insisteranno a braccarlo.
Disperso
tra il road-movie, la commedia nera ed il cinema minimalista,
il quarantaduenne Richard Lowenstein,
cresciuto nel purgatorio dei video-clip, realizza un
film di straordinario ordine geometrico. Un’abilità che
dimostra sia nella fase di sceneggiatura che in quella di montaggio,
attraverso una misurata disposizione dei tempi narrativi ed una curata
illustrazione degli eventi, a metà strada tra i fratelli Coen e Quentin
Tarantino. La sua coerenza diventa evidente man mano il film cresce,
quando l’abulico protagonista, sedicente scrittore, fugge
trascinandosi da un appartamento ad un altro, per trovare coinquilini
diversi con vite e coscienze altrettanto molteplici, mentre il regista
lo stringe come una cavia tra le invisibili pareti di un affliggente
labirinto realizzato intorno a strutture spazio-temporali, a scrutare
infiniti traguardi che hanno la diabolica prerogativa di allontanarsi
con l’orizzonte.
Quindi,
esattamente pari ad una linea retta, questa avventura interiore non
rivela né un inizio né una fine; potrebbe nascere in qualunque momento
e morire senza preavviso, durare un’ora come una vita: prende il via
da un giorno qualsiasi nell’esistenza di un uomo e si conclude in una
catarsi fallace. Il regista, intanto, è altrove. La disperazione
compassionevole e faceta di Danny (interpretato da un irresistibile Noah
Taylor) viene impietosamente radiografata dalle ordinate riprese
di Lowenstein, che con dottrinale e punitiva regolarità sospende l’azione
fissando la telecamera sul volto diafano e desolato del suo personaggio,
come se questi potesse intuirne il riflesso. Ma
c’è un’incrinatura, questa si tradisce nell’eccessivo
manierismo tecnico, rappresentativo e citazionista contrapposto
ad una storia esile, spinta con troppi sforzi verso l’obiettivo
di raccontare qualcosa che valga la pena essere ricordata, ma inadatta
ad un movimento stilistico e narrativo, quello australiano, che nel
dialogo sul disordine esistenziale, colpevole di aver devastato la
generazione degli anni ’90, sembra essere giunto con troppo ritardo.