Anno VII - Numero 27 - Novembre 2001

I film del mese


E MORI’ CON UN FELAFEL IN MANO
(HE DIED WITH A FELAFEL IN HIS HAND)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Richard Lowenstein
Fotografia
: Andrew De Groot
Scenografia
: Iain Aitken
Costumi
: Meg Gordon
Musica
: Ben Osmo
Montaggio
: Richard Lowenstein
Prodotto da
: Richard Lowenstein, Andrew Mc Phail, Domenico Procacci
(Australia, Italia, 2001)

Durata
: 107’
Distribuzione cinematografica
: Fandango

PERSONAGGI E INTERPRETI

Danny: Noah Taylor
Sam: Emily Hamilton
Anya: Romane Bohringer
Taylor: Alex Menglet
Flip: Damian Walshe-Howling

A Brisbane il giovane Danny, scrittore di trent’anni senza successo, vive in una decadente abitazione insieme ad un bizzarro ed irrequieto gruppo di ordinamento rigidamente maschile, la cui sola rappresentante del gentil sesso, Sam, ha preferenze omosessuali. Contemporaneamente all’arrivo di Anya, grottesca esistenzialista con un debole per i riti esoterici, la situazione comincia a precipitare e si fanno vivi persino due minacciosi individui a cui Danny sembra dovere dei soldi. L’insofferente squattrinato deduce sia venuta l’ora di cambiare aria e si trasferisce rapidamente in un'altra residenza, dove coabita insieme ad un peritoso ragazzo con interessi politici filo-marxisti, stavolta a Melbourne. Ma il destino, che sembra accanirsi contro la sua serenità, lo porta a fuggire ancora dopo un involontario contrattempo con l’intransigente polizia dello stato di Vittoria. Ultima tappa, Sidney, in un appartamento di singolare eleganza abitato da pomposi individui, assuefatti da nevrosi e frustrazioni. Purtroppo per lui, di nuovo, gli imprevisti insisteranno a braccarlo. 

Disperso tra il road-movie, la commedia nera ed il cinema minimalista, il quarantaduenne Richard Lowenstein, cresciuto nel purgatorio dei video-clip, realizza un film di straordinario ordine geometrico. Un’abilità che dimostra sia nella fase di sceneggiatura che in quella di montaggio, attraverso una misurata disposizione dei tempi narrativi ed una curata illustrazione degli eventi, a metà strada tra i fratelli Coen e Quentin Tarantino. La sua coerenza diventa evidente man mano il film cresce, quando l’abulico protagonista, sedicente scrittore, fugge trascinandosi da un appartamento ad un altro, per trovare coinquilini diversi con vite e coscienze altrettanto molteplici, mentre il regista lo stringe come una cavia tra le invisibili pareti di un affliggente labirinto realizzato intorno a strutture spazio-temporali, a scrutare infiniti traguardi che hanno la diabolica prerogativa di allontanarsi con l’orizzonte. 

Quindi, esattamente pari ad una linea retta, questa avventura interiore non rivela né un inizio né una fine; potrebbe nascere in qualunque momento e morire senza preavviso, durare un’ora come una vita: prende il via da un giorno qualsiasi nell’esistenza di un uomo e si conclude in una catarsi fallace. Il regista, intanto, è altrove. La disperazione compassionevole e faceta di Danny (interpretato da un irresistibile Noah Taylor) viene impietosamente radiografata dalle ordinate riprese di Lowenstein, che con dottrinale e punitiva regolarità sospende l’azione fissando la telecamera sul volto diafano e desolato del suo personaggio, come se questi potesse intuirne il riflesso. Ma c’è un’incrinatura, questa si tradisce nell’eccessivo manierismo tecnico, rappresentativo e citazionista contrapposto ad una storia esile, spinta con troppi sforzi verso l’obiettivo di raccontare qualcosa che valga la pena essere ricordata, ma inadatta ad un movimento stilistico e narrativo, quello australiano, che nel dialogo sul disordine esistenziale, colpevole di aver devastato la generazione degli anni ’90, sembra essere giunto con troppo ritardo.

Francesco Russo


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