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Columbia Tristar Films Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jody: Tyrese Gibson
Yvette: Taraji P. Henson
Sweetpea : Omar Gooding
Peanut : Tamara Bass
Rodney: Snoop Dogg

Il
grido di un adulto lanciato dal ventre materno, una voce fuoricampo che
commenta il destino incosciente degli afroamericani, incapaci a
distaccarsi dalla propria adolescenza. La giornata di Jody (Tyrese,
popolare cantante californiano) inizia con un incubo che diverrà
ricorrente. Jody è un giovane dissennato di South Central, Los Angeles,
che vive con la madre pur avendo un’intensa relazione con due donne ed
un figlio da accudire. Senza un lavoro, incapace ad affrontare le
proprie responsabilità, il suo diabolico incanto si spezza nel momento
in cui un vecchio gangster ravveduto inizia a frequentare la madre e a
convivere insieme con loro. Come non bastasse, l’ex fidanzato della
sua partner ufficiale, un criminale di mezza tacca, esce di prigione per
tornare a tormentarla e stabilirsi parassitariamente nell’appartamento
di lei. Questo proliferare d’imprevisti lo risveglierà dal suo
letargo, costringendolo a guardarsi dentro e ad accettare i suoi doveri.
È
una profonda delusione dover notare che John
Singleton, unico rappresentante internazionale del cinema
afroamericano di profonde radici popolari, abbia incapsulato il suo
talento nel toccante film d’esordio, quel "Boyz ‘n the hood"
che dieci anni fa, all’età di 24 anni, gli valse una nomination all’oscar
come miglior regista. Da allora il suo stile prosaico si è addentrato
in un territorio aspro e confuso senza stabilire un disegno di analisi,
abbandonandosi ad un incauto e maldestro sussiego. Contrariamente da
quanto può trasparire attraverso l’algida rappresentazione di
Singleton, annunciatore di paesaggi desunti da una dignità proletaria
mal tradotta nella vivacità del colore, South Central non è un
quartiere piccolo-borghese, ma il frammento desolato di un mosaico che
si stringe come una vena di rughe intorno al sorriso dell’America,
dove le vite si consumano inseguite dal loro disagio, dalle strade,
dalle scuole, dalla povertà, dalla violenza delle forze dell’ordine e
dal tanfo dell’immondizia che in una settimana si accumula sin sotto i
campanelli delle loro case.
La
canzone di Marvin Gaye da cui l’autore
afferma di aver raccolto ispirazione, sembra lontana un miglio. Del
suono e del richiamo della suadente "What’s going on"
resiste, invece, come più fedele inseguitore il catartico "Clockers"
di Spike Lee, dominatore del senso di male e di bene che trasforma la
tragedia classica in fotografia del presente: è il dramma
shakespeariano del confronto con la morte, ma terrorizzante perché
strappato alla finzione e ridotto al teatro-vita di un sangue che scorre
straripando dagli argini dell’arte. Spike Lee ricama i bordi alle sue
"descizioni" e non si abbandona, diversamente da Singleton,
alla tentazione d’impartire "codici morali". Baby
Boy si concentra con affanno sull’obiettivo di rivelare delle verità
ingannevoli, dimenticando completamente di dedicarsi alla
rappresentazione. Al pubblico dell’Hip Hop resta, se non
altro, la soddisfazione di ritrovare sul grande schermo l’icona
crepuscolare del rapper Snoop Dogg
(accompagnato da Tray Dee e Goldie
Loc, alias "The Eastsidaz") che, nonostante le vaste
apparizioni sugli schermi statunitensi, in Italia è comparso soltanto
in brevi e rare occasioni.