Anno VII - Numero 27 - Novembre 2001

Apocalypse Now Redux


QUEL CHE RESTA DELL’APOCALISSE
Delirio e storia, nella guerra di Francis

A che servono, le re-edizioni? Sono l’ultimo scherzo dei produttori, che grazie ad una manciata di scene tagliate dalle loro stesse mani riescono a guadagnare qualche dollaro in più? O l’ultimo palcoscenico dei registi, e il primo della filologia visiva di un secolo a venire? Che significato hanno, le re-edizioni, in un mondo che conosce le tecnologie digitali, e dove ogni DVD suonando il fischietto della ri-masterizzazione solleva questioni filosofiche, ospitando a fini commerciali inusitati serbatoi di materiale scartato? Alla fine, rimane tutto compreso in quell’annoso, inutile dibattito sulla migliore efficacia dell’originale, invece del rimaneggiato. Sarà così anche per Apocalypse Now Redux, collazione di sequenze escluse dal montaggio originale che il Nostro ha messo in circolazione per un’edizione dedicata a Cannes, festival che del film costruì il mito nel 1979. Il primo problema che si pone è l’emenda ad un testo già di per sé segnato dalle riscritture. Una lavorazione lunghissima e apocalittica essa stessa, tra infarti di Sheen, bizzarrie di Brando, tifoni, crisi economiche e matrimoniali di Coppola.

Un film lunghissimo, estenuante, insostenibile nell’avvitarsi intorno alle spire della follia. Che in quest’ineluttabile liquidità ha trovato la sua grandezza massima di testo universale sulla guerra, e allo stesso tempo di gran visione letteraria, di genio registico e attoriale. Rispetto all’originale (quale, a proposito), il Redux cerca di staccarsi dall’universale per agganciare il contingente. Non la Storia, ma "quella" storia. Torna la sequenza realizzata nella piantagione dei coloni francesi, legame tra Indocina e Vietnam, tra due guerre diverse ma altrettanto inutili.Presagio di sfortuna per l’America tutta, visione che si materializza come un fantasma nella nebbia e che cerca di assurgere ad interpretazione. Torna anche una sequenza nella quale Brando cita leggendolo al prigioniero Sheen un brano falsamente ottimista del presidente Nixon. Altra storicizzazione che consente addirittura di assegnare una datazione alla vicenda. Fa la sua comparsa anche un’aggiunta al brano delle conigliette di Playboy, e un siparietto sulla barca che percorre il fiume limaccioso. Dettagli, rispetto al bisogno di ancorare il mostro narrativo che fluttua.

Per Coppola, tecnicamente è questa l’unica versione di Apocalypse Now che esiste. Come se "l’altra" fosse frutto di un’amnesia momentanea, durata vent’anni. Senza discutere le ragioni commerciali, si torna alla palude dell’insoluto dibattito di cui sopra. Che insoluto vuol rimanere, almeno in queste righe. Per quante sequenze si possano ripristinare, Apocalypse Now rimane un film compreso tra due esecuzioni della canzone dei Doors The End, e due serie di esplosioni di bombe al napalm nella foresta. Nulla sta a certificare che ciò che Coppola racconta (con l’aiuto non sottovalutabile di John Milius) non sia un allucinazione dell’ufficiale americano Willard disteso sul letto all’inizio del film. Che la barca, il fiume, Kurtz, Dennis Hopper con le macchine fotografiche al collo non siano il prodotto di una mente malata. Non siano visione, prima che discorso su una Storia. La grande forza di questa Apocalisse è proprio di essere apocalisse, tout court. Del resto, amabilmente, si può discutere.

Riccardo Ventrella

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