A
che servono, le re-edizioni? Sono l’ultimo scherzo dei produttori, che
grazie ad una manciata di scene tagliate dalle loro stesse mani riescono
a guadagnare qualche dollaro in più? O l’ultimo palcoscenico dei
registi, e il primo della filologia visiva di un secolo a venire? Che
significato hanno, le re-edizioni, in un mondo che conosce le tecnologie
digitali, e dove ogni DVD suonando il fischietto della
ri-masterizzazione solleva questioni filosofiche, ospitando a fini
commerciali inusitati serbatoi di materiale scartato? Alla fine, rimane
tutto compreso in quell’annoso, inutile dibattito sulla migliore
efficacia dell’originale, invece del rimaneggiato. Sarà così anche
per Apocalypse Now Redux, collazione di sequenze escluse dal
montaggio originale che il Nostro ha messo in circolazione per un’edizione
dedicata a Cannes, festival che del film costruì il mito nel 1979. Il
primo problema che si pone è l’emenda ad un testo già di per sé
segnato dalle riscritture. Una lavorazione lunghissima e apocalittica
essa stessa, tra infarti di Sheen, bizzarrie di Brando, tifoni, crisi
economiche e matrimoniali di Coppola.
Un
film lunghissimo, estenuante, insostenibile nell’avvitarsi intorno
alle spire della follia. Che in quest’ineluttabile liquidità ha
trovato la sua grandezza massima di testo universale sulla guerra, e
allo stesso tempo di gran visione letteraria, di genio registico e
attoriale. Rispetto all’originale (quale, a proposito), il Redux
cerca di staccarsi dall’universale per agganciare il contingente. Non
la Storia, ma "quella" storia. Torna la sequenza realizzata
nella piantagione dei coloni francesi, legame tra Indocina e Vietnam,
tra due guerre diverse ma altrettanto inutili.Presagio di sfortuna per l’America
tutta, visione che si materializza come un fantasma nella nebbia e che
cerca di assurgere ad interpretazione. Torna anche una sequenza nella
quale Brando cita leggendolo al prigioniero Sheen un brano falsamente
ottimista del presidente Nixon. Altra storicizzazione che consente
addirittura di assegnare una datazione alla vicenda. Fa la sua comparsa
anche un’aggiunta al brano delle conigliette di Playboy, e un
siparietto sulla barca che percorre il fiume limaccioso. Dettagli,
rispetto al bisogno di ancorare il mostro narrativo che fluttua.
Per
Coppola, tecnicamente è questa l’unica versione di Apocalypse Now
che esiste. Come se "l’altra" fosse frutto di un’amnesia
momentanea, durata vent’anni. Senza discutere le ragioni commerciali,
si torna alla palude dell’insoluto dibattito di cui sopra. Che
insoluto vuol rimanere, almeno in queste righe. Per quante sequenze si
possano ripristinare, Apocalypse Now rimane un film compreso tra
due esecuzioni della canzone dei Doors The End, e due serie di
esplosioni di bombe al napalm nella foresta. Nulla sta a certificare che
ciò che Coppola racconta (con l’aiuto non sottovalutabile di John
Milius) non sia un allucinazione dell’ufficiale americano Willard
disteso sul letto all’inizio del film. Che la barca, il fiume, Kurtz,
Dennis Hopper con le macchine fotografiche al collo non siano il
prodotto di una mente malata. Non siano visione, prima che discorso su
una Storia. La grande forza di questa Apocalisse è proprio di essere
apocalisse, tout court. Del resto, amabilmente, si può
discutere.