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LAST
SIGHT A THRILLER SAVED MY LIFE
Stefano Soderbergh, il redivivo
Vanno,
vengono, a volte ritornano. Le nuvole, e le umane fortune. Un giorno sei
un giovane regista di Baton Rouge che sventola una Palma d’Oro e
contribuisce all’affermazione di un certo tipo di cinema indipendente
americano. Il giorno dopo di cinema, in generale, non capisci più
niente. Passa una settimana, e riesci a mettere insieme un bel
posteriore, un sorriso furbo e una storia anni Sessanta. L’indomani,
hai due nominations in contemporanea sul tapis roulant dell’Oscar. La
parabola di Stefano Soderbergh è in archivio, alla voce "solo chi
cade può risorgere". Nel 1989 stupì l’Europa con Sesso,
bugie e videotape, dando il la alla vocazione anticonsolatoria d’oltreoceano.
Con una narrazione sminuzzata, una spiccata invadenza della dimensione
privata, una passione dichiarata per la confessione. Il genere di opera
prima in grado di rovinarti l’esistenza. Difatti, Soderbergh s’imbarca
in una pericolosa rilettura del personaggio di Kafka (Delitti
e segreti, virata dostoievskiana del titolo italiano), tra verità e
finzione, risolta in un periglioso castello di facili simbologie. E poi
sono filmetti, serial televisivi, lavori autoprodotti. Un genio spento
anzitempo nella tristezza del posacenere. Senonché, c’è un romanzo
di Elmore Leonard da portare sullo schermo. Soderbergh non è conosciuto
come un regista di genere. Difatti, realizza con Out of Sight la
sua pellicola migliore dai tempi dei videotapes. Storia sottile,
interpreti che recitano con la loro fisicità. Clima notturno, colonna
sonora geniale firmata da David Holmes, il blockbuster Out of Sight segna
un buon punto fermo nel panorama delle crime stories, con quella sua
aria sospesa tra Newman e McQueen, Lalo Schifrin e i film di
exploitation. In un colpo solo, Soderbergh è riammesso nel novero dei
più. Il sentiero del thriller lo affascina, fino a portarlo nel pieno
dei Settanta con L’inglese, perfetto "ex-con movie"
fatto per esaltare i profili invecchiati di Terence Stamp e Peter Fonda.
La miglior dote di Soderbergh, quella di saper lavorare con gli attori,
di trarre da loro il meglio nel ristretto cerchio del set. Julia
Roberts, inguainata nei golfini-verità di Erin Brockovich. L’angoloso
Douglas di Traffic, novello Braccio violento della legge
aggiornato ai parametri novomillenari della tossicodipendenza. Il
Rigenerato sarà il primo director nella storia ad avere la teorica
possibilità di salire per due volte, e con due film diversi, sul verone
degli Academy Awards. La sua dura riemersione è passata per un mare
ricco di tradizione, quello del genere, superibridato sì,
postmodernamente sciolto nell’acido degli altri generi, ma sempre d’attualità,
sempre utile da navigare. Soderbergh, da uomo sessualmente ispirato, ne
ha saputo sfruttare il lato più glamorous, costruendo inquadrature
seducenti dell’agente federale Lopez e dando la sua benedizione alle
nozze tra Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones. È un merito, anche
questo.
Riccardo
Ventrella
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