Anno VI - Numero 20 - Marzo 2001

I film del mese


Intervista a Nanni Moretti

Come e quando è maturata l'idea di questo film?

Penso a questo film da molto tempo. Ho iniziato a cercare dei collaboratori già dopo l'uscita di "Caro Diario". L'idea nasce da due riflessioni. Volevo affrontare il tema del dolore in modo serio e raccontarlo come un sentimento che divide e lacera. Il fatto che la sofferenza unisca le persone per me è solo retorica. Ognuno ha un modo diverso di reagire e di rielaborare il dolore, è questo che accade ai tre protagonisti del film e l'unità familiare ne è stravolta. Inoltre volevo soffermarmi sulla figura di uno psicanalista, la sua vita, il suo rapporto con i pazienti e il suo lavoro in una città nella quale probabilmente di analisti ce ne sono pochi.

Ora che il film esce nelle sale cade il velo di mistero che lo ha circondato, perché tanta segretezza?

Non c'è nessun mistero, quando lavoro non mi va di parlare delle mie intenzioni, che potrebbero cambiare. Non è una strategia di marketing, lavoro per anni ad un'idea senza per questo doverla condividere, quando il film è finito allora è diverso, mi fa piacere parlarne. E poi io da spettatore preferisco non sapere nulla del film che sto per andare a vedere quindi cerco anche di preservare il pubblico.

Cosa risponde a chi l'accusa di essere troppo lento nel girare?

Che sono lento infatti, ma per ottime ragioni. Da quando sono produttore sono anche più lento, finito "Aprile" ho iniziato subito a lavorare. Abbiamo scritto la sceneggiatura insieme, senza dividerla come succede di solito, e questo richiede più tempo. Le riprese sono state molto faticose, ho vissuto questo personaggio e la sua storia con più vicinanza del solito, e credo che impiegherò molto più tempo a lasciar andare questa esperienza e impegnarmi su un altro progetto. Nel film ci sono molte scene intense e difficili, ho evitato scene troppo esteriori e situazioni grottesche, che oggi al cinema sono la via più breve per rappresentare il dolore. Tutto questo richiede spesso di soffermarsi sulle scene. Però non è affatto vero che ho costretto Accorsi a girare una scena 70 volte, come ha dichiarato, ho controllato, erano solo 14.

Come mai un film così diverso dai precedenti, così poco autobiografico, senza alcun riferimento alla società e alla situazione politica?

Perché la società e la politica non c'entrano niente, io avevo l'esigenza di raccontare il sentimento del dolore che coinvolge questa famiglia e investe quest'uomo.

Quindi anche di Michele Apicella non rimane nulla?

Già in "Palombella Rossa", Michele Apicella aveva un'amnesia, non ricordava più chi fosse. E' un personaggio che ho abbandonato nel tempo, ma sono passati tanti anni, nel corso della vita si cambia, si raccontano cose diverse. Comunque non è del tutto vero che il film non ha niente dei precedenti e che non è autobiografico. La colazione della prima scena viene da "Caro Diario", così come la corsa, i campi sportivi, le scarpe vengono da altre pellicole. E poi l'autobiografia non è solo la cronaca di una vita, sta anche nel condividere un sentimento presente nel film. Il protagonista, non a caso, si chiama Giovanni, come me, e ci sono molte cose di me in lui. Ha alcuni miei tratti. Non è credente, come non lo sono io. E' per questo non essere credente che mi sono soffermato sulla scena della camera ardente, perché quello è il momento in cui per me tutto finisce ed è l'ultima volta che si rivede chi muore.

A questo proposito, è per questo che il tuo personaggio ha molto l'idea dell'inesorabilità?

Sì, questa è una cosa che mi appartiene molto, anche nei modi un po' ossessivi che ha Giovanni.

Giovanni è uno psicanalista, lei crede nella psicanalisi?

A volte può aiutare a lenire la sofferenza.

Ma nel film sembra che ci sia una sfiducia di fondo nei confronti della psicanalisi, Oscar quando scopre di avere un tumore decide di smettere, come se volesse dire "ora che sto male davvero mi tocca curarmi".

Non è proprio così, Giovanni ha molti pazienti, alcuni più gravi altri meno. Per esempio Tommaso sta davvero male e ha un bisogno disperato di lui. E poi Oscar ha davvero un rapporto costruttivo con Giovanni. Anzi ho sottolineato questo rapporto perché risalti maggiormente che Giovanni ha perso completamente la sua capacità di relazionarsi ai  pazienti e quindi di lavorare.

Come mai Ancona e non Roma?

Non ho mai pensato a Roma, volevo una città più piccola, dove la professione dell'analista avesse un ruolo diverso e poi la presenza del mare ha un valore fondamentale.

La scelta della musica invece?

Mi ricordo quando Piovani ha assistito alla prima proiezione, non sapeva nulla del film, ne abbiamo parlato e lui ha creato la musica. Per le altre canzoni, di solito io scelgo prima i pezzi. "By The River" di Brian Eno, mi sembrava adatto per un regalo al figlio morto, solo dopo mi sono accorto che le parole avevano un qualche collegamento.

Danila Filippone

Speciale La stanza del figlio


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