Anno VI - Numero 20 - Marzo 2001

I film del mese


LA DEA DEL ’67 
(THE GODDESS OF 1967)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Clara Law
Sceneggiatura
: Eddie L. C. Fong, Clara Law
Fotografia
: Dion Beebe
Scenografia
: Nicholas McCallum
Costumi
: Anni Marshall, Helena Mather
Musica
: Jen Anderson
Montaggio
: Hate Williams
Prodotto da
: Peter Sainsbury per Still Life Picture
(Australia, 2000)

Durata
: 118'
Distribuzione cinematografica
: Fandango

PERSONAGGI E INTERPRETI

Deidre: Rose Byrne
JM: Rikiya Kurokawa
Nonno: Nicholas Hope
Marie: Elise McCredie

Odio e amore. Due sentimenti spesso correlati. In ogni caso, si può solo amarlo o odiarlo, l’ultimo film di Clara Law, premiata l’anno scorso come Best Director al Chicago International Film Festival e già Pardo d’oro a Locarno nel ’92 con "Autumn Moon". L’indifferenza svanisce di fronte a questo road movie di sottile analisi psicologica.
Secondo Lotman, semiologo russo, ogni eroe compie un viaggio per uscire dal mondo ordinario e avventurarsi in quello straordinario. È quanto fanno i due protagonisti del film, un ragazzo giapponese che non esita ad andare in Australia pur di comprare l’auto dei suoi sogni, e una giovane non vedente, fin da bambina vittima d’abusi sessuali, che ritorna nei luoghi dell’infanzia per farsi giustizia. Così, un impulso consumistico ai limiti del feticismo conduce JM in un paese straniero. Il bisogno di chiudere i conti col passato, invece, spinge Deidre ad inoltrarsi nella waste land dei ricordi dolorosi e delle aspre verità. I due s’incontrano e intraprendono un viaggio per raggiungere il vero proprietario della Citroën DS 19. In realtà, per andare alla ricerca di se stessi e ritrovarsi infine l’uno nell’altra.

Così come la comunicazione fra i due è frammentaria, anche la narrazione è discontinua, interrotta dai flashback. Questi ultimi, dapprima quasi autonomi, ricostruiscono man mano gli antefatti e confluiscono nel climax finale. E le vicende delle figure femminili legate all’auto – storie d’iniziazione, di morte, di violenza, di ambigui e laceranti legami affettivi – sono inframmezzate da vignette celebranti in termini neo-futuristici la DS, il Nautilus del mondo moderno, secondo Roland Barthes.

Grazie alla fotografia surreale di Dion Beebe ("Holy Smoke"), il significante filmico sembra evocare il turbamento psicologico dei personaggi. Ottima inoltre la prova interpretativa di Rose Byrne, miglior attrice alla 57a Mostra del cinema di Venezia. Originale, coinvolgente, cool, "La dea del ‘67" si affida alle immagini ben strutturate piuttosto che ai dialoghi. Fortemente sconsigliato agli spettatori passivi.

Paola Daniela Orlandini


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