:
Fandango
PERSONAGGI E INTERPRETI
Deidre: Rose Byrne
JM: Rikiya Kurokawa
Nonno: Nicholas Hope
Marie: Elise McCredie



Odio e amore. Due sentimenti spesso correlati. In
ogni caso, si può solo amarlo o odiarlo, l’ultimo film di Clara
Law, premiata l’anno scorso come Best Director al Chicago
International Film Festival e già Pardo d’oro a Locarno nel ’92 con
"Autumn Moon". L’indifferenza svanisce di fronte a questo
road movie di sottile analisi psicologica.
Secondo Lotman, semiologo russo, ogni eroe compie un viaggio per uscire
dal mondo ordinario e avventurarsi in quello straordinario. È quanto
fanno i due protagonisti del film, un ragazzo giapponese che non esita
ad andare in Australia pur di comprare l’auto dei suoi sogni, e una
giovane non vedente, fin da bambina vittima d’abusi sessuali, che
ritorna nei luoghi dell’infanzia per farsi giustizia. Così, un
impulso consumistico ai limiti del feticismo conduce JM in un paese
straniero. Il bisogno di chiudere i conti col passato, invece, spinge
Deidre ad inoltrarsi nella waste land dei ricordi dolorosi e delle aspre
verità. I due s’incontrano e intraprendono un viaggio per raggiungere
il vero proprietario della Citroën DS 19. In realtà, per andare alla
ricerca di se stessi e ritrovarsi infine l’uno nell’altra.
Così come la comunicazione fra i due è
frammentaria, anche la narrazione è
discontinua, interrotta dai flashback. Questi ultimi,
dapprima quasi autonomi, ricostruiscono man mano gli antefatti e
confluiscono nel climax finale. E le vicende delle figure femminili
legate all’auto – storie d’iniziazione, di morte, di violenza, di
ambigui e laceranti legami affettivi – sono inframmezzate da vignette
celebranti in termini neo-futuristici la DS, il Nautilus del mondo
moderno, secondo Roland Barthes.
Grazie alla fotografia surreale di Dion
Beebe ("Holy Smoke"), il significante filmico sembra
evocare il turbamento psicologico dei personaggi. Ottima
inoltre la prova interpretativa di Rose Byrne, miglior
attrice alla 57a Mostra del cinema di Venezia. Originale,
coinvolgente, cool, "La dea del ‘67" si affida alle immagini
ben strutturate piuttosto che ai dialoghi. Fortemente sconsigliato agli
spettatori passivi.