: 20th
Century Fox
PERSONAGGI E INTERPRETI
Adele Invergordon: Charlize Theron
Bagger Vance: Will Smith
Rannulph Junuh: Matt Damon
Walter Hagen: Bruce McGill
Bobby Jones: Joel Fretsch

Tratto
dall’omonimo libro di Steven Pressfield,
"La leggenda di Bagger Vance" è la storia di Savannah,
provincia della Georgia, e di uno straordinario golfista che ha perso il
suo "swing" (ovvero il suo talento), raccontata dagli occhi e
dalla voce di un testimone che, a quei tempi, era soltanto un bambino,
amico e assistente dell’ex-campione.
Annichilito
dagli orrori della guerra vissuti sul campo di battaglia, Junuh conduce
un’esistenza lasciva e tormentata, incapace di ritrovare la fiducia in
se stesso. Un giorno, la bella Adele, per commemorare la morte del
padre, decide di organizzare un importante torneo di golf a cui saranno
invitati i due grandi fuoriclasse Bobby Jones e Walter Hagen, e lo
stesso Junuh. Confuso, imbarazzato dalla responsabilità di dover
rappresentare la sua cittadina, l’eroe si prepara con scarsi risultati
fino al giorno in cui, alla luce della Luna, i suoi allenamenti vengono
interrotti dalla voce di un mendicante, Bagger Vance, che accetterà,
per 5 dollari, di diventare suo caddy e al tempo stesso suo maestro.
Comincerà per il ritrovato campione, un complicato cammino verso il
recupero delle proprie forze emotive e della sua indiscussa abilità di
giocatore, fino al giorno in cui, terminato il suo compito, il saggio
Bagger riprenderà la sua misteriosa strada.
Nonostante
l’attenta veste grafica e l’accuratezza di alcuni paesaggi, a
deludere, di questo patinato film, è la struttura ingenua del racconto
allegorico che trasforma, attraverso corrispondenze piuttosto semplici,
il campo da golf in una leziosa metafora della vita, superba e aggravata
ancor più nel suo disordine morale dall’intervento di una coscienza
pura come un angelo custode (Will Smith),
affettata e artificiosa anch’essa, indolentemente nascosta da un gioco
di parole anagrammate "Bagger/beggar" (dove "beggar",
in inglese vuol dire "mendicante, accatone"), che avvilisce
per l’inammissibile trasparenza delle sue risposte. Raccontare
una favola senza offenderla, senza tradirne la naturale semplicità
che può, al riparo dalle scomode intrusioni di principi educativi
smisuratamente rigidi e convenzionali, mostrare il suo complesso
universo simbolico nei sottintesi (senza tornare troppo addietro,
"La Tigre e il Dragone" è già uno splendido esempio di
quanto l’immediatezza del racconto e una complessa rete di significati
convivano nel medesimo allestimento narrativo), è
il prioritario obiettivo mancato da Redford che, nonostante
la sua indole iconoclastica, conclude un lavoro obsoleto ed allineato,
molto distante dalla maturità rappresentativa che sembrava poter
esprimere, con chiarezza, ai tempi di "Gente Comune". Troppi
propositi affrontati con poca lucidità, e poco mestiere.