Anno VI - Numero 22 - Maggio 2001

I film del mese


TABU’ - GOHATTO
(GOHATTO)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Nagisa Oshima, tratto dal libro di Ryotaro Shiba
Fotografia: Toyomochi Kurita
Costumi
: Emi Wada
Musica
: Ryuchi Sakamoto
Montaggio
: Tomoyo Oshima
Prodotto da
: Shochiku Co.
(Francia, Gran Bretagna, Giappone, 1999)

Durata
: 100'
Distribuzione cinematografica
: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Toshizo Hijikata: "Beat" Takeshi (Takeshi Kitano)
Soji Okita: Shinji Takeda
Hyozo Tashiro: Tadanobu Asano
Sozaburo Kano: Ryuhei Matsuda
Isami Kondo: Yoichi Sai

Nel 1865, mentre in Giappone si respira l’aria di una guerra civile, il clan Shinsen-gumi seleziona attentamente giovani cadetti per prepararli alla rivoluzione. Kano e Tashiro sono due promettenti samurai, scelti dal capitano Hijikata per il talento di guerrieri ravvisato in entrambi, ma appannato da molte differenze. Impercettibili reazioni e chiacchiere sussurrate tra le stanze della caserma, si diffondono non appena nascono i primi, irrequieti sospetti sull’omosessualità e sull’amore tra i due compagni d’armi. La bellezza virginale di Kano ed il suo viso bianco e stellare diffondono una luce opaca nella scuola, nascondono tentazioni silenziose come vapori di una nebbia, mentre il suo sensuale magnetismo sembra infrangere la struttura di chiunque se ne esponga allo sguardo, dai bassi agli alti ranghi della gerarchia militare. Invano, Hijicata, passando per scontri di lame, per geishe, e per saggi istruttori, cerca di debellare il morbo del ragazzo, le cui libertà sessuali potrebbero indebolire gravemente l’ossatura del clan. Un giorno, un ufficiale che condivideva con Tashiro l’infatuazione per Kano viene trovato ucciso e, inevitabilmente, troppi indizi e troppi moventi minacciano il destino del samurai. 

Di nuovo, i sensi tornano a turbare la poesia di Oshima, il suo cosmo in espansione che cattura suggestioni e che da sempre si contrappone alla forma rigida, all’universo algebrico dei suoi maestri, incontestabili uomini di cinema come Ozu. Di nuovo Oshima, lontano dal disincanto sublime di Kurosawa, chiude in un'anfora riflessioni di morte e bellezza, di una solitudine sorda e travolta che disseziona i simboli inadeguati della tradizione per smascherare un meccanismo lacunoso. 

La bellezza del giovane Kano ed il suo istinto alla distruzione sopravvivono, quindi, in un contrasto inconciliabile, il cui unico effetto è permettere che il comico deformi e confonda la condotta dei guerrieri. Quando il ragazzo è chiamato a giustiziare un compagno davanti alla corte marziale, in una sequenza ansiosa avvolta nel silenzio di un lutto, il suo contraddittorio splendore incide un falciatura nel disegno di un mondo capovolto, tenuto insieme, sembra, soltanto dal fascino arcano della rappresentazione morbida e solenne, sfiorata dalle luci, di questo magnifico poeta dell’inferno che giustifica in ogni inquadratura una perfetta, metodica oscillazione tra libertà e costume, tra ciò che è antico e quanto non può più esserlo perché è, come è sempre stato, partecipe dell’imperfezione umana e della volubilità dello spirito. L’ultima scena, chiusa in una palpitante foschia che ha l’umore delle nebbie felliniane, è teatro di un resoconto metafisico e catarsi in un percorso di sottrazione, dove il male, seppur reciso, si spezza nei resti di una desolata amarezza e si completa nella violenza di un atto disperato.

Francesco Russo


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