Anno VI - Numero 22 - Maggio 2001

I film del mese


BAIT – L’ESCA
(BAIT)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura
: Andrew Scheinman, Adam Scheinman, Tony Gilroy
Fotografia
: Tobias Schleissler
Scenografia
: Peter Jamison
Costumi
: Delphine White
Musica
: Mark Mancina
Montaggio
: Alan Edward Bell
Prodotto da
: Sean Ryerson
(USA, 2001)

Durata
: 119’
Distribuzione cinematografica
: Warner Bros

PERSONAGGI E INTERPRETI

Alvin Sanders: Jamie Foxx
Edgar Clenteen: David Morse
Bristol: Doug Hutchinson
Lisa Hill: Kimberly Elise
Agente Wooly: David Paymer

Due ladri derubano la Federal Reserve di 42 milioni di dollari in lingotti d’oro, ma soltanto uno di loro viene preso, mentre l’altro, genio informatico, resta latitante e si dedica ad una caccia al tesoro. Lo sfortunato Alvin, furfantello afroamericano catturato per un reato minore, si trova casualmente a condividere la cella con il malvivente che, prima di morire con una procedura sospetta, ha con lui un delirante dialogo. Dopo l’interrogatorio dall’agente federale Edgar Clenteen, Alvin si trova incastrato in un gioco di due parti dove, tra predatori e preda, lui diventa l’esca. Così, inscenando i presupposti per una scarcerazione arrangiata in fretta, l’investigatore decide di impiantare nella sua mascella una sonda a controllo satellitare per cercar di prendere nella rete il diffidente ladro che, sospettando Alvin essere a conoscenza del nascondiglio dove trovare l’oro, prepara un silenzioso e mimetico inseguimento. 

Questo film, davvero poco ispirato, si presenta con motivi d’introduzione (più di quanto non lo sia stato "Ogni maledetta domenica") al futuro cinematografico di Jamie Foxx, attore colto nel lampante sforzo di raccogliere l’eredità lasciata da Eddie Murphy, un’operazione che lo vede nuotare in una vasca più che mai affollata (e da cui Martin Lawrence sembra il più propenso ad emergere). Il progetto, al massimo, segue toni vagamente farseschi non appena si entra nell’equivoco, qui piuttosto volgare, di una realtà simulata, spinta e rimandata dalle alternanze magnetiche dei due poli opposti. Il personaggio, proprio come una scheggia di ferro, viene gettato in un folle macromondo di cui acquista troppo tardi la consapevolezza, creando presuntuose condizioni per mettere a nudo un’apparecchiata ambiguità da copione che, nello spazio narrativo, non appare mai in grado di detonare la comicità del giovane protagonista, magari anche solo perché il suo temperamento satirico tutto verbale, deconcentrato dalla mimica, lo confina tra il pubblico trans-oceanico.

Francesco Russo


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