Anno VI - Numero 24 - Luglio 2001

I film del mese


YI YI

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Edward Yang
Fotografia: Weihan Yang
Scenografia
: Kailli Peng
Musica
: Kailli Peng
Montaggio
: Bowen Chen
Prodotto da
: Shinya Kawaii, Naoko Tsukeda
(Giappone, Taiwan, 2000)
Durata
: 173’
Distribuzione cinematografica
: Istituto Luce

PERSONAGGI E INTERPRETI

NJ Jian: Wu Nianzhen
Ota: Issey Ogata
Min-Min: Elaine Jin
Ting-Ting: Kelly Lee
Yang-Yang: Jonathan Chang
Lili: Adrian Lin

In un appartamento di Taipei, la vita di una famiglia scorre nel suo quotidiano trambusto. Un imprevedibile incidente che trasporta la nonna in un lungo coma, poi, interviene a complicare il loro stato d’animo. Il padre, manager informatico, attraversa un periodo di crisi economica e, proprio in un momento di incertezze coniugali, mentre la moglie si chiude disorientata intorno al sonno impenetrabile della madre, incontra il suo primo e indimenticato amore; il cognato insoddisfatto della sua esistenza e sfiancato dal traballio del suo matrimonio, tenta il suicidio; la giovane ed insicura figlia, Tin-Tin, affronta con imbarazzo le prime delusioni d’amore scoprendo la sua solitudine; il figlio minore, dileggiato dai suoi coetanei, cerca rifugio nell’osservazione del mondo. Ognuno, alla fine, cercherà di dare un senso alle cose che accadono, scoprendo, nella loro imprevedibilità, fondamenti di forza e saggezza. 

Film sconfinato, questo Yi Yi. Sconfinato perché, come vien fatto notare, al pari del cinema di Antonioni consuma la sua ipotesi nei teoremi che riconducono l’arte cinematografica ad un esercizio esclusivo: l’immagine, eletta a manifestazione acritica di dettagli altrimenti indescrivibili, è in virtù di questo assunto affrancata dalla parzialità di un inizio e di una fine, e pianifica la sua esistenza lungo distanze non misurabili. Parola e pensiero sono, in seno alla rappresentazione pura, peccato di debolezza per chi non sfugge al loro vincolo. Edward Yang eppure, senza la stessa ansia illuministica del maestro e senza gli stessi frustrati spostamenti della ricerca filosofica, accetta ogni corollario. Scandendo per quasi tre ore ("Yi Yi", appunto, si traduce con "e uno, e due…") il ritmo di un’andatura dolce e regolare, in sintonia con la vita che descrive lascia allo spazio e a suoi protagonisti la libertà di raccontarsi nelle forme nei gesti, di coinvolgere lo spettatore semplicemente con la franchezza del loro sfaccettato agire quotidiano, rivolgendosi ad un melodramma senza attitudini letterarie di cui scardina e dissolve tempi e motivi, ed evitando, nella speranza di toccare l’insieme, l’abuso del primo piano. 

La vita, partecipe di identità confuse ed enigmatiche, s’impegna a rivelare l’uniformità dell’uomo e del mondo, come i colori di una inarrestabile città notturna, sfumando, si riflettono in un vetro amalgamandosi ai corpi e alle voci per un processo di naturale annessione. Così Yang-Yang, il più piccolo della famiglia, esiliato dai dispetti dei suoi compagni di scuola e dall’arroganza degli insegnanti, forse in una concessione autobiografica dell’autore, indossa la sua esperienza, e usa la macchina fotografica per catturare la nuca e le spalle dei suoi soggetti, per mostrare loro "qualcosa che, normalmente, non potrebbero vedere". Allo stesso tempo è tutta qui l’ingenua freschezza, lo straordinario patrimonio lessicale di questo capolavoro: nasce dalla cortesia di un invito d’autore a cogliere l’invisibile, dall’opportunità di assistere al flusso "obbligato" dell’esistenza che si specchia nel suo disordine, senza opportunità, o dovere, di analisi. Della vita resta, in fondo, la spontanea musicalità.

Francesco Russo


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