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Istituto Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
NJ Jian: Wu Nianzhen
Ota: Issey Ogata
Min-Min: Elaine Jin
Ting-Ting: Kelly Lee
Yang-Yang: Jonathan Chang
Lili: Adrian Lin




In
un appartamento di Taipei, la vita di una famiglia scorre nel suo
quotidiano trambusto. Un imprevedibile incidente che trasporta la nonna
in un lungo coma, poi, interviene a complicare il loro stato d’animo.
Il padre, manager informatico, attraversa un periodo di crisi economica
e, proprio in un momento di incertezze coniugali, mentre la moglie si
chiude disorientata intorno al sonno impenetrabile della madre, incontra
il suo primo e indimenticato amore; il cognato insoddisfatto della sua
esistenza e sfiancato dal traballio del suo matrimonio, tenta il
suicidio; la giovane ed insicura figlia, Tin-Tin, affronta con imbarazzo
le prime delusioni d’amore scoprendo la sua solitudine; il figlio
minore, dileggiato dai suoi coetanei, cerca rifugio nell’osservazione
del mondo. Ognuno, alla fine, cercherà di dare un senso alle cose che
accadono, scoprendo, nella loro imprevedibilità, fondamenti di forza e
saggezza.
Film
sconfinato, questo Yi Yi. Sconfinato perché, come vien fatto
notare, al pari del cinema di Antonioni consuma la sua ipotesi nei
teoremi che riconducono l’arte cinematografica ad un esercizio
esclusivo: l’immagine, eletta a manifestazione acritica di dettagli
altrimenti indescrivibili, è in virtù di questo assunto affrancata
dalla parzialità di un inizio e di una fine, e pianifica la sua
esistenza lungo distanze non misurabili. Parola e pensiero sono, in seno
alla rappresentazione pura, peccato di debolezza per chi non sfugge al
loro vincolo. Edward Yang eppure, senza la
stessa ansia illuministica del maestro e senza gli stessi frustrati
spostamenti della ricerca filosofica, accetta ogni corollario. Scandendo
per quasi tre ore ("Yi Yi", appunto, si traduce con "e
uno, e due…") il ritmo di un’andatura dolce e regolare, in
sintonia con la vita che descrive lascia allo spazio e a suoi
protagonisti la libertà di raccontarsi nelle forme nei gesti, di
coinvolgere lo spettatore semplicemente con la franchezza del loro
sfaccettato agire quotidiano, rivolgendosi ad un melodramma senza
attitudini letterarie di cui scardina e dissolve tempi e motivi, ed
evitando, nella speranza di toccare l’insieme, l’abuso del primo
piano.
La
vita, partecipe di identità confuse ed enigmatiche, s’impegna a
rivelare l’uniformità dell’uomo e del mondo, come i colori di una
inarrestabile città notturna, sfumando, si riflettono in un vetro
amalgamandosi ai corpi e alle voci per un processo di naturale
annessione. Così Yang-Yang, il più piccolo della famiglia, esiliato
dai dispetti dei suoi compagni di scuola e dall’arroganza degli
insegnanti, forse in una concessione autobiografica dell’autore,
indossa la sua esperienza, e usa la macchina fotografica per catturare
la nuca e le spalle dei suoi soggetti, per mostrare loro "qualcosa
che, normalmente, non potrebbero vedere". Allo stesso tempo è
tutta qui l’ingenua freschezza, lo straordinario patrimonio lessicale
di questo capolavoro: nasce dalla cortesia di
un invito d’autore a cogliere l’invisibile, dall’opportunità
di assistere al flusso "obbligato" dell’esistenza che si
specchia nel suo disordine, senza opportunità, o dovere, di analisi.
Della vita resta, in fondo, la spontanea musicalità.
Francesco Russo