Anno VI - Numero 24 - Luglio 2001

I film del mese


L'UOMO DI TALBOT
(TWO THOUSAND AND NONE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e RegiaArto Paragamian
Fotografia
Norayr Kasher
Scenografia
Anne Pritchard
Costumi
Odette Gadoury
Musica
Milan Kymlicka
Montaggio
Alain Baril
Prodotto da

(Canada, 2000)

Durata
: 93'
Distribuzione cinematografica
: Fandango

PERSONAGGI E INTERPRETI

Benjamin: John Turturro
Jeremiah: Oleg Kisseliov
Amanda: Katherine Borowitz
Direttore del Museo: Julian Richings
Daphne: Vanya Rose

Benjamin Kasparian è un paleontologo di successo. Ha da poco realizzato una scoperta di grande interesse. Ha da poco concesso il divorzio alla moglie (alla quale aveva ugualmente concesso, anni prima, il matrimonio!). Improvvisamente scopre di essere affetto da una grave malattia chiamata sindrome di Talbot che determina un progressivo ingrossamento del cervello. Conseguenze immediate: perdita dell’udito temporanea, perdita della memoria. Cura inesistente e solo cinque settimane di vita. Gli ingredienti per un dramma ci sono tutti, eppure la scelta del regista – o meglio per lui del protagonista – è quella di scardinare le reazioni "consigliate" dal senso comune di fronte ad una tragedia del genere e attuare una strategia totalmente diversa. Incoraggiato dalle apparizioni rumorose dei genitori morti in un incidente stradale molti anni prima, Benjamin persevera nell’idea che, in fondo, è il destino di tutti e che l’unica cosa possibile da fare è vivere, nient’altro. Mentre i suoi amici e l’ex moglie vorrebbero farlo ricoverare e la sua dottoressa clonare il suo cervello, Benjamin comincia un viaggio a ritroso nella sua vita, scandito da flash back surreali in cui vede scorrere la sua vita e quella dei suoi genitori nelle tazzine dei caffé, nelle vetrine dei negozi. Un ritorno alle radici che lo fa volare in Armenia, suo paese d’origine, nel tentativo, fallito, di far riseppellire i resti dei suoi genitori. Inesorabile il tempo, e la perdita della memoria, lo conducono inconsapevolmente verso l’inevitabile epilogo.

Per niente patetico, il film di Arto Paragamian, ci regala un modo diverso di affrontare il calvario della malattia e della morte. Un po’ trattata come resa dei conti, o una sorta di purificazione finale – il protagonista riesce, in virtù e con il coraggio dati dai tempi ristretti a riconciliarsi con la moglie, con la zia che l’ha cresciuto dopo la morte dei genitori, con l’idea e la proiezione dei genitori stessi – la morte sembra quasi un elemento marginale, pur essendo il motore di tutta la storia. Sono le reazioni, e i relativi approcci alla fatale notizia, i veri protagonisti del film. Alternando momenti di riflessione a situazioni dinamiche e spesso grottesche, il regista riesce con una discreta dose di leggerezza a trasformare un evento traumatico nel naturale svolgersi dell’esistenza, ponendo l’accento sull’importanza di vivere e non sulla paura di morire.
Incredibile come al solito, John Turturro, attento come sempre nella scelta dei personaggi da interpretare, rende magistralmente la dolce rassegnazione del protagonista, bucando lo schermo e rendendo interessante un film che, forse, con un altro interprete non avrebbe acquistato la stessa intensità.

Fania Petrelli


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