Benjamin: John Turturro
Jeremiah: Oleg Kisseliov
Amanda: Katherine Borowitz
Direttore del Museo: Julian Richings
Daphne: Vanya Rose


Benjamin
Kasparian è un paleontologo di successo. Ha da poco realizzato una
scoperta di grande interesse. Ha da poco concesso il divorzio alla
moglie (alla quale aveva ugualmente concesso, anni prima, il
matrimonio!). Improvvisamente scopre di essere affetto da una grave
malattia chiamata sindrome di Talbot che determina un progressivo
ingrossamento del cervello. Conseguenze immediate: perdita dell’udito
temporanea, perdita della memoria. Cura inesistente e solo cinque
settimane di vita. Gli ingredienti per un dramma ci sono tutti, eppure
la scelta del regista – o meglio per lui del protagonista – è
quella di scardinare le reazioni "consigliate" dal senso
comune di fronte ad una tragedia del genere e attuare una strategia
totalmente diversa. Incoraggiato dalle apparizioni rumorose dei genitori
morti in un incidente stradale molti anni prima, Benjamin persevera nell’idea
che, in fondo, è il destino di tutti e che l’unica cosa possibile da
fare è vivere, nient’altro. Mentre i suoi amici e l’ex moglie
vorrebbero farlo ricoverare e la sua dottoressa clonare il suo cervello,
Benjamin comincia un viaggio a ritroso nella sua vita, scandito da flash
back surreali in cui vede scorrere la sua vita e quella dei suoi
genitori nelle tazzine dei caffé, nelle vetrine dei negozi. Un ritorno
alle radici che lo fa volare in Armenia, suo paese d’origine, nel
tentativo, fallito, di far riseppellire i resti dei suoi genitori.
Inesorabile il tempo, e la perdita della memoria, lo conducono
inconsapevolmente verso l’inevitabile epilogo.
Per
niente patetico, il film di Arto Paragamian,
ci regala un modo diverso di affrontare il calvario della malattia e
della morte. Un po’ trattata come resa dei conti, o una sorta di
purificazione finale – il protagonista riesce, in virtù e con il
coraggio dati dai tempi ristretti a riconciliarsi con la moglie, con la
zia che l’ha cresciuto dopo la morte dei genitori, con l’idea e la
proiezione dei genitori stessi – la morte
sembra quasi un elemento marginale, pur essendo il motore di tutta la
storia. Sono le reazioni, e i relativi approcci alla fatale
notizia, i veri protagonisti del film. Alternando momenti di riflessione
a situazioni dinamiche e spesso grottesche, il
regista riesce con una discreta dose di leggerezza a trasformare un
evento traumatico nel naturale svolgersi dell’esistenza,
ponendo l’accento sull’importanza di vivere e non sulla paura di
morire.
Incredibile come al solito, John Turturro,
attento come sempre nella scelta dei personaggi da interpretare, rende
magistralmente la dolce rassegnazione del protagonista, bucando lo
schermo e rendendo interessante un film che, forse, con un altro
interprete non avrebbe acquistato la stessa intensità.