Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001

I film del mese


VENGO - DEMONE FLAMENCO
(VENGO)

CAST TECNICO ARTISTICO

RegiaTony Gatlif
Sceneggiatura
Tony Gatlif e David Trueba
Fotografia
Thierri Pouget
Scenografia
Claude Garnier
Costumi
Dennis Marcier, Brigitte Brassart
Montaggio
Phippe Welsh
Prodotto da
Astrolabio Produciones, Canal Plus
(Francia, Giappone, Spagna, 2000)

Durata
90’
Distribuzione cinematografica
Mikado

PERSONAGGI E INTERPRETI

Caco: Antonio Canales
Diego: Orestes Villasan Rodriguez
Alejandro: Antonio Perez Dechent
Antonio: Bobote
Tres: Juan-Luis Corrientes
Fernando Caravaca: Fernando Guerrero Rebollo
Francisco Caravaca: Francisco Chavero Rios
La Catalana: Maria Faraco

Nella terra dei Gitani, l’Andalusia (Spagna del sud), un uomo è affranto dalla morte di sua figlia. Per evadere il dolore, Caco – fiero capofamiglia gitano – insieme con Diego, il figlio di suo fratello, partecipa a feste condite con hascisch, sangrìa, flamenco e donne dalla sensualità vertiginosa. Caco è affezionato a Diego, che è portatore di handicap, oltre ad essere solo, poiché suo padre, il fratello di Caco, è nascosto in Marocco: ha ucciso un membro della famiglia rivale dei Caravaca. E la vendetta appare imminente, secondo la tradizione dell’onore, sacra alla tradizione gitana. Caco, dunque, teme per la vita di Diego, che rimane il parente più vicino al fratello latiatnte, e quindi degno contrappasso per equiparare il sangue versato…

Il regista e sceneggiatore Tony Gatlif racconta una storia intrisa dello spirito gitano in ogni inquadratura: dalla fotografia torva, che incastona la campagna andalusa nella sua cruda e selvaggia bellezza. Nella vita quotidiana delle famiglia di Caco, con volti lucidi per il sudore, segnati dalla atroce e splendida sofferenza di essere gitani. E nelle musiche nord-africane e andaluse, che si incarnano nelle gambe affusolate di sinuose ragazze. Ma il senso della vita concepita come una fatale avventura, quello, è impalpabile seppur visibile nell’intero srotolarsi della storia. Ed è una visione del mondo solo gitana. Il carattere sacrificale dei personaggi, che reificano il divino e che al divino comunque poi ritornano, riempie lo schermo per via della capacità di Gatlif di infittire le sequenze filmiche con danze e canti; mentre per contrasto la traccia narrativa avanza per sottrazione: da controaltare agli strumenti e alle garrule voci delle donne tatuate il silenzio sprofonda la storia nel vuoto, per veicolarla dal particolare all’universale.
Dal microcosmo di una comunità all’eco di un dolore che riempie l’universo.

Luigi Senise


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