Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001

I film del mese


NATIONALE 7 - UNEASY RIDER
(NATIONALE 7)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Jean – Pier Sinapi
Fotografia: Jean – Paul Meurisse
Scenografia
: Jean – Pier Sinapi
Costumi
: Valerie Denieul
Musica
: Christian Dior
Montaggio
: Carole Verner
Prodotto da
: Jacques Fansten
(Francia, 2000)

Durata
: 90’
Distribuzione cinematografica
: Keyfilms

PERSONAGGI E INTERPRETI

Julie: Nadia Kaci
René: Olivier Gourmet
Roland: Lionel Abelanski
Sandrine: Chantal Neuwirth
Le Psy: Julien Boisselier

Tra gli ospiti di una casa d’accoglienza per disabili vive anche René, un invalido cinquantenne dal carattere scontroso e sfuggente che non riesce ad adattarsi alle nuove condizioni della sua esistenza, afflitto dall’impossibilità di avere rapporti sessuali e costretto a cercar soddisfazione tra i fotogrammi di qualche filmetto pornografico. Poi, l’improvviso arrivo di Julie, giovane e disponibile infermiera senza esperienza sarà l’evento capace di determinare, in tutta la comunità, le fasi di una maggiore partecipazione alla vita. René troverà con lei un intenso legame che aprirà uno squarcio nella sua impenetrabile solitudine, fino al giorno in cui potrà confessarle il suo desiderio d’amore. La ragazza, affrontando il suo timido carattere, cercherà ovunque una prostituta disposta al compromesso cambiando, con la naturalezza di questo gesto, il destino di molte esistenze vicine alla sua. Semplice e composta, senza rincorrere particolari sfumature, questa commedia tratta da una storia vera riesce a coinvolgere grazie alla sua disincantata onestà.

I personaggi, appena sfiorati dalla telecamera a mano che, lontana dall’uso comune a registi come Lars Von Tryer, riesce a non invadere spazi intimi e insondabili e ad osservare come un ospite riguardoso e compiaciuto. Entusiasta, come investita di un privilegio, la mdp riesce ad integrarsi riprendendo spesso ambienti e persone all’altezza delle ginocchia – per quanto irriconducibili ad un contesto ruvido e quotidiano, hanno il dono della "normalità" cinematografica che tende a ricomporre il rapporto tra il mondo e gli individui, ammorbidendo il contrasto tra mobilità e paralisi (anche intima) e abbandonando inique posizioni sulla qualità del pensiero e della coscienza umana. Tutti, alla fine, sono coinvolti in una danza di felliniana memoria che dilata il cerchio per raccontare e raccontarsi nell’ebbrezza, nella pace riconquistata in un irrisorio spazio dello spirito dove, per un interminabile attimo, il disordine delle differenze è tormento di un altro mondo, abbandonata dall’altra parte dello schermo-specchio. Anche le sfilacciate scene d’epilogo, che ricordano i veri protagonisti in una sorta di rudimentale "cinema nel cinema" penalizzato da un artificio metalinguistico distratto e disordinato, inseguono questa evangelica illusione, tollerando che l’uomo e il personaggio s’identifichino forse con troppa chiarezza nella sua unica, passabile stonatura. Eppure, in fin dei conti, il risultato è prezioso, e giustifica pienamente gli applausi ricevuti ai titoli di coda, dopo la sua prima proiezione.

Francesco Russo


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