Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001

I film del mese


NATURA, ET CULTURA
John Boorman, dal gangster al sarto passando per la foresta

Vi è nel regista cinematografico più di una tentazione antropologico-sociologica, d’indagine sui comportamenti umani e sui loro rapporti con l’ambiente. Sarà perché l’onnivedenza della macchina da presa rende il cineasta l’ultimo degli illuministi vecchio stile, sarà perché è divertente mettere in difficoltà l’uomo. Saranno stati gli anni Sessanta ad influenzare tanto John Boorman, albionico di buone frequentazioni americane. Che, sulle relazioni tra cultura e natura, ha basato le sue riflessioni principali. Con qualche digressione, sempre giustificata dalle contingenze storiche e da un intento quasi saggistico. Nell’era in cui si cominciavano a riprendere i gangster-movie come riflessioni sulla violenza della società, imposta o coltivata, era logico escogitare un Point Blank, assieme al coevo (1967, per la precisione) A sangue freddo uno dei "neri" più raggelanti che siano mai stati realizzati; film di genere al limite del cinema sperimentale, ricco di una visionarietà che Boorman concentrerà poi nell’ideazione di soggetti oltre il fantastico. Meno logico, forse, che si facesse del teatro da camera su un atollo in piena Seconda Guerra Mondiale. Ma Duello nel Pacifico già esemplifica la domanda delle domande, tra quella poste da Boorman: che ne è dell’uomo contemporaneo, una volta privato delle sovradeterminazioni imposte dalla cultura, e gettato in una Natura matrigna, più che rigeneratrice? Marvin & Mifune costruivano una zattera. Ai gitanti di Un tranquillo weekend di paura ben poco era concesso, per uscire dall’inferno verde. Lo stesso intreccio di razionale e irrazionale, scienza e credenza, educazione e istinto informa la produzione successiva di Boorman. L’apologo ultrafuturista di Zardoz, fantapolitica di stampo dickiano, il collasso della ragione del sequel dell’Esorcista, le leggende del Graal in Excalibur e il Tarzan non coatto della Foresta di smeraldo. Tutti film che tentano di dire da dove vengono le paure, i mali, gli errori dell’uomo. Ciò che colpisce di questa ricerca è l’assenza di un riscatto, di una vera prospettiva ulteriore. Mancanza che rende Boorman cineasta dell’esistente, più che del trascendente. Da tempo ormai al di sotto dei risultati cui era giunto nei Settanta, sia nel rievocativo Anni ’40 che in Oltre Rangoon, tentativo di resuscitare l’adagio sulla deprivazione dei tratti culturali. Ora, Il sarto di Panama ci restituisce un Boorman impegnato sui sentieri di Le Carrè, ineguale nel ritmo e mal compreso nei panni del narratore di spionaggio. Eppure sempre intento a decifrare l’ambiguità umana, a decrittarne le mosse più recondite. A cercare briciole di razionalità, sul pavimento degli istinti. I peggiori, ovviamente.

Riccardo Ventrella


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