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NATURA, ET
CULTURA
John Boorman,
dal gangster al sarto passando per la foresta
Vi
è nel regista cinematografico più di una tentazione
antropologico-sociologica, d’indagine sui comportamenti umani e sui
loro rapporti con l’ambiente. Sarà perché l’onnivedenza della
macchina da presa rende il cineasta l’ultimo degli illuministi vecchio
stile, sarà perché è divertente mettere in difficoltà l’uomo.
Saranno stati gli anni Sessanta ad influenzare tanto John Boorman,
albionico di buone frequentazioni americane. Che, sulle relazioni tra
cultura e natura, ha basato le sue riflessioni principali. Con qualche
digressione, sempre giustificata dalle contingenze storiche e da un
intento quasi saggistico. Nell’era in cui si cominciavano a riprendere
i gangster-movie come riflessioni sulla violenza della società, imposta
o coltivata, era logico escogitare un Point Blank, assieme al
coevo (1967, per la precisione) A sangue freddo uno dei
"neri" più raggelanti che siano mai stati realizzati; film di
genere al limite del cinema sperimentale, ricco di una visionarietà che
Boorman concentrerà poi nell’ideazione di soggetti oltre il
fantastico. Meno logico, forse, che si facesse del teatro da camera su
un atollo in piena Seconda Guerra Mondiale. Ma Duello nel Pacifico
già esemplifica la domanda delle domande, tra quella poste da Boorman:
che ne è dell’uomo contemporaneo, una volta privato delle
sovradeterminazioni imposte dalla cultura, e gettato in una Natura
matrigna, più che rigeneratrice? Marvin & Mifune costruivano una
zattera. Ai gitanti di Un tranquillo weekend di paura ben poco
era concesso, per uscire dall’inferno verde. Lo stesso intreccio di
razionale e irrazionale, scienza e credenza, educazione e istinto
informa la produzione successiva di Boorman. L’apologo ultrafuturista
di Zardoz, fantapolitica di stampo dickiano, il collasso della
ragione del sequel dell’Esorcista, le leggende del Graal in Excalibur
e il Tarzan non coatto della Foresta di smeraldo. Tutti film che
tentano di dire da dove vengono le paure, i mali, gli errori dell’uomo.
Ciò che colpisce di questa ricerca è l’assenza di un riscatto, di
una vera prospettiva ulteriore. Mancanza che rende Boorman cineasta dell’esistente,
più che del trascendente. Da tempo ormai al di sotto dei risultati cui
era giunto nei Settanta, sia nel rievocativo Anni ’40 che in Oltre
Rangoon, tentativo di resuscitare l’adagio sulla deprivazione dei
tratti culturali. Ora, Il sarto di Panama ci restituisce un
Boorman impegnato sui sentieri di Le Carrè, ineguale nel ritmo e mal
compreso nei panni del narratore di spionaggio. Eppure sempre intento a
decifrare l’ambiguità umana, a decrittarne le mosse più recondite. A
cercare briciole di razionalità, sul pavimento degli istinti. I
peggiori, ovviamente.
Riccardo
Ventrella
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