Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001

I film del mese


RITORNO A CASA
(JE RENTRE A LA MAISON)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Manoel De Oliveira
Fotografia
: Sabine Lancelin
Scenografia
: Yves Fournier
Montaggio: Valerie Loiseleux
Prodotto da
: Paolo Branco
(Francia, Portogallo, 2001)

Durata
: 90’
Distribuzione cinematografica
: Mikado

PERSONAGGI E INTERPRETI

Gilbert Valence: Michel Piccoli
Miranda: Leonor Baldaque
Marguerite: Catherine Deneuve
Georges: Antoine Chappey
Il regista: John Malkovich

Gilbert è un attore di teatro anziano ma risoluto. Una sera come le altre, terminata la rappresentazione de "Il re muore" di Ionesco, Gilbert viene colpito da una disgrazia: la moglie, la figlia ed il genero muoiono tragicamente in un incidente d'auto. Rimasto solo, con il nipote orfano e appena dodicenne, cerca di ricavarsi uno spazio in cui il teatro possa coprire il suo incolmabile vuoto affettivo, di prendersi cura del bambino per continuare a vivere, sfamandosi con la sua solitudine. Continuerà a recitare in teatro, ad accettare come a rifiutare parti, reclamando il diritto di non lasciarsi sfiancare dal dolore dell’evento. 

E' viziato da una tenera complicità, il rapporto tra Manoel De Oliveira ed il suo personaggio. L'amore per il teatro, la ricerca frustrante e morbosa di modelli per la rappresentazione, sfiorano, lungo questo cammino, il suo inesausto accanimento sulle risposte insondabili che l'incertezza maschera dietro le rughe e le piaghe, partecipando al segreto della morte. Un racconto irrisolto, non un film, ma un ritaglio di pellicola senza inizio ne fine, una vita cominciata altrove e al di fuori dello schermo di cui la mdp cattura un momento, per quanto tragico, qualsiasi. E per questo, forse, i fuori campo e le lunghe sequenze dettano insieme ai silenzi le cadenze aritmiche della narrazione, forzando, con mestiere di poeta, il disegno di metafore gentili fiorite da un accurato lessico strutturale (fuoricampo – campo visivo – fuoricampo) e fotografico, spesso contrappuntato dal contrasto di ombre e luci (ad esempio, dopo il suo lutto, Gilbert è ripreso in figura intera nella sua stanza da letto, che lo ovatta e lo sfoca nella stessa, uniforme penombra, mentre alle sue spalle una tenda opaca si frappone tra i vetri della finestra e la luce intensa di un sole al mezzogiorno, giustificazione di una vita che, pur rifiutata, scorre incurante come il vento che disturba la quiete di alcune fronde). 

Un tracciato di elegante intimità, mai turbata da un contatto traumatico, dove l’ossessionante ripetizione dei gesti quotidiani si rinnova, nonostante tutto, nella ricchezza di una partitura musicale che accetta le stonature come divertenti divagazioni dalla sua rigida composizione. Così, un uomo che occupa il suo posto ad un bistrot, un giorno, senza preavviso, deve vagare indispettito tra tavoli che non gli restituiscono familiarità. Esiste, per tutto il film, un filo conduttore che è la vita stessa, dominata sì dal divenire, ma sfuggente e mimetizzata da movimenti impercettibili, per tal motivo, inafferrabili e compiuti. Come questo diamante grezzo, come l’esistenza che Manoel De Oliveira cattura senza evocazioni, senza teoremi in attesa di venir dimostrati. Nessuna domanda, nessuna risposta, soltanto il fascino della messa in scena.

Francesco Russo


Acquista i libri, i video e le colonne sonore dei film di cui abbiamo parlato su Amazon.com, il più fornito negozio interattivo della rete!

Search: Enter keywords...

logo.gif (1915 bytes)