"Quell’odore
mi resta addosso, anche dopo il bagno…e quel rumore, non lo sente quel
rumore? Mi rimane tutto il tempo nelle orecchie..". Recita più
meno così il prologo di "La precisione del caso" dalla voce
angosciata e confusa di Diego, 23enne milanese impiegato a tempo
indeterminato in una stamperia che sforna di continuo depliants e
volantini che "nessuno legge". E il suo interlocutore, un
capoufficio che se ne frega del reale utilizzo del prodotto in causa,
sembra non capire. Quell’odore, quel rumore altro non sono che l’odore
e il rumore della normalità, della quotidiana routine, di mille giorni
l’uno uguale all’altro, di uno stipendio assicurato a fine mese da
un lavoro ereditato dal prepensionamento paterno. Poteva forse
rifiutarlo, anche se sentiva morire dentro ogni sogno e voglia di fare
al momento dell’annuncio di tale fortuna? All’improvviso, spinto da
un’irrefrenabile rigurgito di libertà, dopo una serata divisa con gli
amici di sempre a festeggiare il suo compleanno, Diego lascia tutto. La
casa in cui può permettersi di vivere da solo, il lavoro che tutti gli
invidiano, la sua città, i genitori. Dopo una serie di tentativi di
dare un taglio netto - una visita in agenzia di viaggio per partire
verso luoghi lontani – la destinazione prescelta è racchiusa nei
contorni di una cartolina abbandonata sul cruscotto della macchina: una
tipica località della riviera del nord, alla ricerca di Matteo,
mittente di quella cartolina, un amico conosciuto durante il classico
viaggio all’estero post maturità e misteriosamente scomparso poco
prima del suo arrivo. Durante quest’incursione nell’universo dell’amico
incontra Maria, una giovane slava impiegata come cameriera in un pub, e
amica di Matteo, e Ivo, un improbabile personaggio invischiato in storie
poco pulite, ingenuo e maldestro quanto basta per guadagnarsi l’aiuto
incondizionato del giovane. Non sembra difficile neanche all’occhio
meno allenato immaginare un finale senza sorprese, con trionfo di amore
e amicizia annesso e la conquistata serenità del giovane ed inquieto
Diego.
Primo
lungometraggio per Cesare Cicardini dopo
una ricca produzione di corti, il film risponde senza dubbio ad una
necessità espressiva di carattere anagrafico. Senza voler citare a
tutti i costi Muccino e la folta schiera dei giovani registi
"generazionali" attivi negli ultimi cinque anni, la
crescita come trappola è anche qui il tema dominante. Dall’indeterminata
sicurezza dell’adolescenza alla determinata sicurezza dell’età
adulta, dalla ribellione "accudita" e contenuta dalla famiglia
al dovere e all’impegno per la famiglia. E’ lo spettro dei
trentenni, lo spauracchio della prigionia, l’impossibilità di
adeguarsi ad una vita per molti aspetti davvero invivibile. E Diego, e
ancor più il bravo Rinaldo Rocco che lo
interpreta, racchiude perfettamente in sé e nei suoi sguardi questa
silenziosa insoddisfazione che non si può urlare, questo scandaloso
rifiuto di una vita stabile a scapito dei sogni e dell’indefinita
quantità di possibilità che la vita può offrire. L’idea è – com’è
facile immaginare - accattivante, rivolta probabilmente a quel pubblico
che in Diego si rispecchia. Ma fallisce nella
realizzazione, monotona e poco vivace, e nel linguaggio
retorico e poco credibile. Poco credibili anche gli altri due
protagonisti, presi in prestito dalla cronaca di tutti i giorni per
farne due personaggi-macchietta poco interessanti, centro tra l’altro
delle scene più imbarazzanti del film. Peccato, perché lo sguardo è
acuto e la voglia di far sognare e reagire tanta.
Da
non tralasciare il bel commento musicale di
Michele Pauli, leader storico dei Casino Royale ed ora
componente dei Royalize, perfetto per incorniciare e rafforzare il senso
di estraneità al mondo che il protagonista vive. A completare la
colonna sonora nomi noti ai più giovani come i Reggae National Tickets,
Neffa e Dj Gruff.