Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001

I film del mese


LA MASCHERA DI SCIMMIA
(THE MONKEY'S MASK)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Samantha Lang
Sceneggiatura
: Anne Kennedy
Fotografia
: Garry Philips
Scenografia
: Michael Philips
Costumi
: Emily Seresin
Musica
: Andrew Kotatko
Montaggio
: Dany Cooper
Prodotto da
: Robert Connoly, John Maynard
(Australia, 2001)

Durata
: 95’
Distribuzione cinematografica
: Fandango Distribuzione

PERSONAGGI E INTERPRETI

Jill: Susie Porter
Diana: Kelly McGillis
Nick: Marton Csokas
Lou: Deborah Mailman
Mickey: Abbey Cornish

Jill è una detective privata che conduce una dispersiva esistenza, instabile nel lavoro e nei rapporti personali, complicati dalla sua omosessualità. Un giorno, d’improvviso, viene chiamata ad indagare sulla scomparsa di una giovane studentessa legata ad un circolo sotterraneo di poeti, che si raccoglie in un locale alla periferia di Sidney. Nello svolgimento delle sue indagini incontra una ricca e dissoluta insegnante di letteratura, Diana, attratta dalla curiosità d’intraprendere una relazione lesbica e forte dell’invaghimento di Jill nei suoi confronti. Nella caccia che seguirà alla scoperta del cadavere della ragazza, l’investigatrice prenderà coscienza di un indifferente, grossolano teatro di vita borghese, dominato dal malessere e dal vampirismo di cui la poesia è soltanto un pallido e svuotato riflesso. 

Samantha Lang (regista de "Il pozzo", film uscito da Cannes nel ’98, senza troppo clamore) gira un lavoro dalle cadenze irregolari e ferito da un ritmo disordinato che influenza spesso il racconto precipitandolo in incomprensibili stasi narrative. I rapporti di sesso condivisi tra le due protagoniste, ad esempio, nascondono l’intento di giustificare un piano di comunicazione unilaterale soffocato dal vuoto di una moralità deforme e, saturati da un’estenuante ed ingenua ripetizione, sottraggono spazio al sottinteso e ne indeboliscono inevitabilmente la struttura poetica, rinunciando all’ellissi.

Sembra, in alcuni momenti, voler percorrere i sentieri stilistici del giallo di Chabrol, pur rimanendo faticosamente appoggiato ai suoi bordi in un equilibrio precario, indifferente alla ricerca di un metodo che accenni a governare i meccanismi della tensione, rallentata e confusa anche dalla sua estenuante suddivisione in capitoli. Senza dubbio i primissimi piani sul volto asciutto della protagonista diventano accenti forti, ma la stilizzazione sproporzionata degli ambienti e dei personaggi di contorno rende la sagoma del contesto piuttosto approssimata e sfibra le ambizioni tematiche del contrasto altrimenti efficace tra totali e primi piani, allontanando distrattamente tutta la sua ossatura verso una descrizione appesantita dalle stonature. Forse anche per la difficoltà di trasformare un romanzo in versi in un film tradizionalmente costruito su rapporti di causa ed effetto, il risultato finale resta confuso e poco convincente.

Francesco Russo


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