Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001

I film del mese


UN AFFARE DI GUSTO
(UN AFFAIRE DE GOUT)

CAST TECNICO ARTISTICO

RegiaBernard Rapp
Sceneggiatura
Zoe Zurstrassen
Fotografia
Gerard De Battista
Scenografia
Francois Comtet
Costumi
Martin Rapin
Musica
: Jean-Philippe Goude
Montaggio
Juliette Welfling
Prodotto da
Catherine Dussart, Chantal Perrin
(Francia, 1999)

Durata
91’
Distribuzione cinematografica
Istituto Luce

PERSONAGGI E INTERPRETI

Frédéric Delamont: Bernard Girardeau
Nicolas Rivière: Jean-Pierre Lorit
Béatrice: Florence Thomassin
René Rousset: Charles Berling
Giudice: Jean-Pierre Leaud
Flavert: Artus De pengueren

Un Affare di gusto è un film che oscilla sul tema dell’omosessualità senza tuttavia affrontarlo vis a vis. La trama narra infatti di un ricco imprenditore, ossessionato dalla pulizia e dal cibo, che si invaghisce di un cameriere. E al quale offre di essere il proprio consigliere, o, meglio, assaggiatore. Compito che il ragazzo esegue senza batter ciglio, per via dell’aureo salario che percepisce. In realtà il meccanismo architettato dall’imprenditore è finalizzato a sedurre il ragazzo e, di più, a renderlo un suo clone per quel che concerne gusto, stile, comportamento. Ma ‘il gioco’ supera il limite del controllo assoluto e di conseguenza l’attrito fra i due diviene inevitabile.

Bernard Rapp esegue una commistione di immagini ben legate, curate e montate, tanto che l’opera in questione è comunque un film dignitoso sul piano estetico. Quel che appare sconcertante è la trama. Cosa vuole essere Un affare di gusto: un sottile esercizio ludico con riverberi feticistici? Una storia velatamente gay? Un’indagine psicologica sui differenti gradi in cui si può esprimere la natura (legittima e rispettabile) omosessuale?

Temiamo che quest’ultima sia la risposta cui aspirerebbe Rapp e lo sceneggiatore Zurstrassen. La figura del ricco imprenditore appare inverosimile, ridicola, improbabile. Che un uomo tenti di assimilare alla sua persona un altro individuo (oltretutto clamorosamente differente sul piano somatico) per quale fine non si riesce a comprendere… 
’’Per amore’’, asserisce l’imprenditore nel sottofinale. Ma era chiaro dalla prima inquadratura che dietro la funzione di ‘assaggiatore’ se ne doveva celare un’altra, lo si percepiva già dalla prima inquadratura. Scrivere un film, dove tutto è già evidente, faticando a camuffare goffamente il reale ’’intreccio’’ è un’operazione che suona come un atto di coraggio incompleto, come se Rapp tentasse di imporre la sua visione di un mondo omosessuale ma al tempo stesso tentasse di sconfessarla, di velarla, di complicarla con miriadi di microsovrastrutture che non sortiscono alcun effetto narcotico. Ma stagliano con maggior evidenza solo la pavida indecisione nel trattare un tema, oggi, di gran moda.

Luigi Senise


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