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CANNES, IL
CINEMA ITALIANO E LE AMABILI CONTINGENZE
Dopo la vittoria
Et
Palma fuit. Pur non essendo i festival cinematografici assimilabili alle
competizioni ciclistiche, si è provata nel vedere la sagoma di Nanni
Moretti salire il palco dei vincitori la sottile emozione che corre
ogniqualvolta un italiano riporta un alloro in Francia: la stessa,
insomma, di Coppi e Bartali, o del Pirata che sale con la mantellina le
rampe delle Deux Alpes, in una giornata da tregenda. Fuori dalle
esultanze mollichevoli, il risultato ottenuto dalla Stanza del figlio
ha un valore preciso, che dopo si dirà. Per il momento argomentando che
quello del 2001 è stato un Festival di Cannes meno
"progressivo" quanto ad idee di cinema, rispetto alle due
edizioni precedenti. Non c’è stato un Lars Von Trier o un Wong
Kar-wai, per intendersi, ma questo fa parte dell’ordine delle cose. L’opera
di verifica autoriale, cui si faceva accenno nelle note di
presentazione, lascia emergere molte opere interlocutorie, ancorché
fascinose come quella dei Coen, oppure solo affaticate portatrici di
vecchi splendori, come Mulholland Drive di David Lynch, che con i
fratelli è stato premiato per la miglior regia in una sorta di benefit
collettivo al cinema americano indipendente. Meglio ne esce la vecchia
Europa. Haneke ha fatto un cappotto attoriale con La pianiste,
grazie anche alla nazionalità francese degli interpreti: ma il Gran
Premio profuma molto di consacrazione per un regista alla ricerca di uno
spazio consolidato. Altri hanno dato tocchi di classe sapiente. Gli
anziani, De Oliveira, l’impareggiabile Rivette con un film "à la
Jacques Demy", l’inattualissimo Godard. Il giovane Sokurov,
capace di uscire alla distanza con Taurus. È assolutamente
mortale, ma indispensabile. Ignorato il cinema asiatico e del Medio
Oriente, fatto che si spera convincerà gli iraniani a fare film meno
furbi, quando in futuro si ripresenteranno ai festival. Ha vinto Nanni
Moretti, dunque. I francesi lo amano da molto tempo. Cannes lo ha
idolatrato. La critica specialistica lo ha molto lodato, con l’unica
eccezione degli integralisti Cahiers, che poco hanno gradito il distacco
dalle notazioni sul presente. In Italia si leverà qualche mugugno.
Fatto è che Nanni Moretti è l’unico autore compiuto (in
"accezione Cahiers", verrebbe da dire) che il cinema italiano
abbia saputo esprimere negli ultimi venti anni. L’unico che con
coerenza abbia applicato ad opere cinematografiche una propria visione
del mondo. La Stanza del figlio è un film difficile, più
complicato che complesso, al quale l’oggi non rende giustizia. Se ne
riparlerà tra qualche anno; questa istantaneità delle critica non deve
essere un dogma. Oggi Moretti riscuote la cambiale guadagnata con un
coraggio magari antipatico, spesso elitario, forse un po’ snob, ma
presente e il più delle volte isolato. Il coraggio/delirio d’onnipotenza
di ritrarre sempre se stesso, di parlare del riflusso, della crisi dei
valori, del naufragio della politica, di ciò che succede intorno. Il
coraggio di inventare espressioni divenute proverbiali, di riscoprire
cose dimenticate come la Sacher o la pallanuoto. Per essere stato un
regista del cinema italiano, Nanni Moretti merita questo che è il
premio più ambito per un regista. Già, il cinema italiano. C’è chi
dice rinascita, rinascimento, resurrezione, sulle ali di Muccino, Olmi,
del turco Ozpetek, di Infascelli. Forse è solo un buon momento. Il vero
problema è che il cinema italiano vive dal 1905 di momenti, di amabili
contingenze. Incapace di capitalizzare il vento buono per strutturare
una vera rotta, pronto a sprofondare nelle anse di bonaccia. Ora il
vento è buono: non impetuoso, gonfia piacevolmente le vele del
naviglio. È dalle piccole cose che si costruisce un cinema solido,
capace di rivolgersi ad un pubblico ampio. Da una somma di buoni
incassi, come da un prestigioso riconoscimento internazionale. Il
compito della critica è fondamentale, in questa navigazione. Sia appeso
dunque al pennone, chiunque d’ora in avanti scriva che Muccino è un
bozzettista.
Riccardo
Ventrella
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