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CAST
AWAY
Robert Zemeckis raggiunge la maturità artistica
Dopo un suggestivo prologo
ambientato nella capitale russa, in cui ci viene
presentato il bolso, ma efficiente, onesto e lavoratore indefesso Chuck Noland,
nonché la sua fidanzata Kelly ad un passo dall'altare, Zemeckis ci
conduce subito con il nostro "eroe quotidiano" su quell' aereo su cui non
sarebbe dovuto salire. Perché quel volo di routine professionale si trasforma, sotto i nostri occhi allibiti (e
sì che dovremmo essere abituati alle catastrofi aeronautiche viste al cinema) in una ribellione della
macchina all'uomo, quindi in uno scatenarsi degli elementi naturali al loro
grado più distruttivo e inverosimile, un'autentica visualizzazione dell'idea romantica di sublime, con quell'oceano in tempesta che cattura e
rilascia, culla e devasta l'impotente uomo d'affari, tra le macerie di quei
pacchi postali che rappresentano simbolicamente quella società delle comunicazioni cui egli è indissolubilmente legato.
Una scena di rara potenza, merito della tecnologia al servizio degli effetti
speciali, ma anche delle scelte di regia di un autore che, ormai non vi sono
dubbi, ha raggiunto la piena maturità stilistica, dopo i vari "Ritorno al
futuro" dal sapore goliardico e dalla scrittura farraginosa, dopo aver respirato e assorbito tanto del più solido e consapevole cinema recente (il
mentore Steven Spielberg) e classico (Hitchcock, che aleggia in ogni fotogramma del recentissimo "What lies beneath").
E questa maturità dà a Zemeckis la sicurezza necessaria per soffermarsi a
lungo, ben oltre i tempi e ritmi normalmente consentiti da una forma di intrattenimento di massa come il cinema hollywoodiano, sulle vicende minime
del suo personaggio nell'isolotto deserto dove sopravvive per ben quattro
anni: minuti interi spesi nel seguire i suoi tentativi di procurarsi il vitto, accendere un fuoco, guardarsi intorno, e gesti apparentemente
ridicoli o poco comprensibili, come le iniziali, disperate sortite in mare
aperto dove rischia di perdere quella vita che un Fato imperscrutabile aveva
voluto preservare, per non dire del fortissimo legame affettivo che egli
sviluppa con un pallone (contenuto in uno dei pacchi postali che erano sull'aereo, rigettati a riva da un mare che non ne ha certo bisogno) cui ha
dato tratti fisiognomici umani, l'unica possibile forma di comunicazione,
che si fà sempre più una necessità vitale, a testimoniare della profonda
natura sociale dell'uomo anche nella sua versione più "ferina". Oltre un'ora
di pellicola scorre sulla solitudine ora disperata ora rassegnata di Noland,
che, con una efficacissima ellissi narrativa, ritroviamo dopo quattro anni,
il corpo smagrito e teso, il volto coperto di pelo, gli occhi spenti e stanchi: straordinaria l'adesione di Tom Hanks al personaggio, che piega,
forza e modella il proprio corpo alle esigenze del testo, ma anche rivela
potenzialità espressive mai incontrate nella sua pur versatile carriera (un
Oscar per lui è da considerarsi già assegnato).
Il connubio tra i vari elementi filmici e profilmici, tutti ad
altissimo livello, fa la grande forza di "Cast away": dello stile di regia,
interpretazione e del montaggio abbiamo già detto, ma non si può tralasciare
l'efficacia della fotografia di Don Burgess, degli effetti sonori, elementi
che, messi in evidenza dal ritmo lento e dall'unicità di ambientazione, si
insinuano nello spettatore con potenti effetti sinestesici: basti, come esempio, la scena del sopralluogo sulla spiaggia e tra la vegetazione che
segue il naufragio, e dove il frangersi delle onde sulla sabbia, i minimi
rumori sporadici e indicibili, si incidono con più forza, forse, delle immagini corrispondenti, per trasportarci davvero lì, anche noi relitti
della società globalizzante delle comunicazioni (da sviluppare, peraltro,
un' analisi delle connotazioni sociologiche veicolate dal film con l'insistenza del marchio "FedEx" onnipresente nella vita di Noland, che qui
non è possibile sviluppare perché ci richiederebbe troppo spazio).
Vanni
Balestra
La
recensione del film
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