Anno VI - Numero 19 - Febbraio 2001

I film del mese


LA VILLE EST TRANQUILLE - LA CITTA' E' TRANQUILLA
(LA VILLE EST TRANQUILLE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Robert Guediguian
Sceneggiatura
: Jean Louis Milesi, Robert Guediguian
Fotografia
: Bernard Cavalie
Scenografia
Michel Vandestien
Costumi
: Catherine Keller
Montaggio
: Bernard Sasia
Prodotto da
: Robert Guédiguian, Michel Saint-Jean, Gilles Sandoz
(Francia, 2000)
Durata
: 143'
Distribuzione cinematografica
: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Michèle: Ariane Ascaride
Gérard: Gerard Meylan
La madre di Paul: Pascale Roberts
René: Philippe Leroy

Estaque, Marsiglia. I portuali sono in sciopero, l'unico crumiro preferirà fare il tassista in proprio, e come tale entrerà in contatto con altri abitanti del quartiere e con il loro dolore; tra questi Michelle, madre di una ragazza tossicodipendente, che finirà col rivolgersi a Gerard, suo primo amore e ora sicario e mafioso di mezza tacca. Nel frattempo, anche i padroni hanno i loro problemi; parlano di politica e si danno a party su terrazzi dei quartieri alti, ma vedono anche andare a rotoli i propri legami affettivi, e una moglie esasperata finirà tra le braccia di un nero uscito dal carcere, capace di sentimenti e di una sensibilità artistica di cui la borghese frustrata ha assoluto bisogno. Tuttavia, l'ombra dello sfruttamento di classe incombe e sfocia nell'adesione proletaria all'estrema destra, al razzismo, fino a un omicidio accidentale, esito di un meccanismo sociale implacabile che provvede a quadrare il cerchio.

Estaque, Marsiglia, come i sobborghi londinesi, secondo qualcuno; secondo quanti, cioè, parlano di Robert Guediguian come del "Ken Loach francese". Non è difficile comprendere (e in fondo assolvere) questo parallelismo-attribuzione da parte di certa critica: evidente è l'impegno politico dei due autori, nettamente pendente a sinistra, programmaticamente inteso a rilevare la voce degli "outsider" in una società opulenta, degli emarginati dalla vita e delle vittime di un sistema lavorativo classista; c'è anche, di comune ai due autori, un tono narrativo, un tocco che riesce a rimanere "leggero" anche nel raccontare gli esiti più tragici, i risvolti più cupi, intimisti, il disgregarsi di esistenze individuali, nuclei familiari, gruppi sociali; e c'è infine, alle volte, il sospetto che l'impegno intellettuale, il volersi fare "paladino" dei reietti, corra il brutto rischio di sfociare in un didascalismo quantomeno irritante, tanto più se il succo della riflessione politica e sociologica viene "debrayato", delegato a personaggi poco credibili come "rasoneurs" del contesto in cui sono immersi.

Ma poi dobbiamo aggiungere, subito, che il film di Guediguian non sembra affatto commutabile con uno qualunque del regista inglese, e questo riflette, soprattutto, due sensibilità verso le storie, i personaggi, le sfumature emotive, che dividono come un abisso il popolo francese da quello d'oltremanica. I bravi attori-feticcio dell'autore francese di "Marius e Jeanette", infatti, sono convocati a dare volto e affanni a personaggi che, se conservano evidentemente la loro funzione di rappresentanti, membri di un semi-finzionale microcosmo sociale che si inscena con chiare finalità di far passare messaggi ideologici (non certo neutri documentari), emergono tuttavia sovente, e con prepotenza, nel rivendicare l'aspetto intimista, affettivo che rende così riconoscibili la buona parte dei film francesi; dove in Loach, viceversa, si assiste a uno sforzo di "umanizzazione" e individualizzazione dei protagonisti, ma si mantiene sempre il sospetto (non infondato, credo) che si tratti di una strategia discorsiva atta a consentire una maggiore identificazione, operazione assolutamente legittima e talora indispensabile, tenuto conto che si tratta di far identificare un pubblico borghese e opulento nei panni di personaggi spesso agli antipodi per condizioni economiche e di vita in generale. Gli operai di Ken Loach, insomma, sono anzitutto fieri e funzionali stereotipi di un discorso politico venato di appassionata ideologia, quelli di Guediguian vi sfuggono per vie laterali attraverso tocchi, squarci di aspro sentimentalismo, il che spiega, a mio avviso, il sensibile (seppur non abissale) scarto di straniamento che si è portati a provare di fronte al film del francese.

La sceneggiatura (cui collabora il regista) è piuttosto abile nel riuscire a inserire figure sociologiche facilmente riconoscibili, sull'orlo del clichè narrativo e cinematografico, per poi arricchirle, non tanto attraverso un'operazione di introspezione psicologica, quanto nella dinamizzazione delle vicende di ognuno, nell'andamento fluido, centripeto (in opposizione alla fuga centrifuga del finale, con tre morti a breve distanza di tempo,una volontaria, una accidentale, una esito disperato della fatica e del dolore di una madre, cui si deve aggiungere l'omicidio di un membro anonimo della società alta da parte del killer a pagamento), nella leggerezza dei raccordi tra inquadrature e tra sequenze resa possibile da una mdp che si muove curiosa ed energica, forte della rabbia ideologica e della disperazione sociale che il film racconta e cerca di trasmettere. E' così che il grappolo di personaggi principali si inserisce in una sorta di gioco dell'oca votato all'autodistruzione, alla distruzione altrui (ancora, tanto sul piano affettivo che sociale, con una implacabile gerarchia di poteri di varia natura che resta sullo sfondo e affiora di tanto in tanto), al fallimento; e in questo senso, la struttura narrativa e la scrittura sembrano volgere un occhio ad altro cinema che quello, lineare e scopertamente pedagogico di Loach, piuttosto al miglior Altman ("America oggi", "Nashville"), al giovane P.T.Anderson ("Magnolia", "Boogie nights"). Ne risulta un sapiente impasto di tinte, tendenze, intenzioni, una possibile lettura su più strati, dove quella più smaccatamente "marxista" ha il suo non piccolo peso, ma non giunge a soffocare la voglia e il piacere del racconto, delle passioni, del ritmo in senso lato, come stà a dimostrare anche la scelta di una colonna sonora varia e spigliata (da Eric Satie a Janis Joplin), la vivacità di certi ambienti e costumi, della recitazione, di parecchi scambi di dialogo, non da ultimo la voglia di spiazzare lo spettatore con pochi toccanti, calcolati "colpi al cuore".

Vanni Jimi Balestra


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