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Il cuore
(non) infranto del globalizzato.
Ang Lee, mangiare & bere a un banchetto di
nozze cavalcando il diavolo sotto una tempesta di ghiaccio con ragione e
sentimento
Se il demonio ha bisogno degli uomini, come dicemmo
un paio di lune or sono a proposito dell’Esorcista, gli
americani hanno bisogno delle due cose insieme. Da Satana l’astuzia,
dall’uomo la fantasia. Seguendo cicli ricorrenti, l’emigrazione ha
contribuito a risolvere gli "imbuti creativi" della
cinematografia statunitense. Quando non ne ha creato di sana pianta una
buona parte dell’immaginario, come avvenne nel momento in cui i
profughi del nazismo s’inventarono il noir e l’horror. In questa
temperie di smozzicamenti, finti remake non dichiarati, rigenerazioni,
riciclaggi, è persino scontato che Hollywood richieda una trasfusione
di fantasia, comperando il sangue migliore che si possa trovare sulla
piazza. In attesa di glorificare Lars Von Trier, basta riconoscere che
il meglio degli ultimi anni è giunto dall’Oriente. E perché
importare un regista da Taiwan, se il regista abita negli Stati Uniti
dal 1978 ? Il
complesso preambolo introduce il lettore paziente alle vicende di Ang
Lee, ennesimo globalizzato dell’arte, che per realizzare un divertente
contrappasso ha globalizzato i generi mitragliandoli poi con sapiente
precisione sullo spettatore. L’escussione della sua filmografia
restituisce un’immagine più simile a un "ordine degli
studi", che a un iter artistico. Primieramente, due commedie che
non possono non piacere all’americano spettatore, perché danno la
sensazione di star seduti in un ristorante cinese senza dover pagare il
conto alla fine. Banchetto di nozze e Mangiare bere uomo donna
mostrano una tale abilità nella confezione del packaging narrativo da
fare invidia a qualsiasi finisseur d’oltralpe. Come aspettarsi poi da
Ang Lee una trasposizione austeniana che stringe il triangolo
britannico/australe Thompson-Grant-Winslet tra Ragione e sentimento?
E come immaginare una virata decisa sul dramma di costume, che
puntigliosamente ricostruisce gli anni Settanta con un suadente contorno
d’attori racchiuso nella fatidica Tempesta di ghiaccio? Non
manca che un western avventuroso, un po‘ erotico e un po’ inusuale,
nel quale mostrare le grazie inedite della bella cantautrice Jewel: ecco
dalla mitraglia uscire le fiamme di Cavalcando col diavolo. È
ben strano il clinamen della globalizzazione, nell’evolversi della
carriera di Ang Lee. L’emigrante che viene assorbito dal sistema dei
generi orchestrato dai suoi anfitrioni. Che fa persino lo storico di un
periodo che ha vissuto in un altro paese. Che alla fine estrae dalla
valigia di straniero non più solo il proprio intelletto, ma anche il
proprio immaginario. La tigre e il dragone è uno straordinario
film di arti marziali, ambientato in epoche che lo spettatore americano
medio neppure per sentito dire potrebbe conoscere, che assorbe il meglio
della narratività spettacolare hollywoodiana e la trasforma in un
manicaretto guarnito da una polvere di stelle tutta asiatica, quanto ad
attorialità. Mangiare e bere ad un banchetto di nozze che non è più
né uomo né donna. Che accoppia la ragione del plot al sentimento della
"bella lotta". Passata quindi è la tempesta di ghiaccio. E il
diavolo ? Più che di fungere da cavalcatura, ha bisogno di uomini,
fantasia, e cinema americano.
Riccardo
Ventrella
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