Anno VI - Numero 19 - Febbraio 2001

Speciale La Tigre e il dragone


Il cuore (non) infranto del globalizzato.
Ang Lee, mangiare & bere a un banchetto di nozze cavalcando il diavolo sotto una tempesta di ghiaccio con ragione e sentimento

Se il demonio ha bisogno degli uomini, come dicemmo un paio di lune or sono a proposito dell’Esorcista, gli americani hanno bisogno delle due cose insieme. Da Satana l’astuzia, dall’uomo la fantasia. Seguendo cicli ricorrenti, l’emigrazione ha contribuito a risolvere gli "imbuti creativi" della cinematografia statunitense. Quando non ne ha creato di sana pianta una buona parte dell’immaginario, come avvenne nel momento in cui i profughi del nazismo s’inventarono il noir e l’horror. In questa temperie di smozzicamenti, finti remake non dichiarati, rigenerazioni, riciclaggi, è persino scontato che Hollywood richieda una trasfusione di fantasia, comperando il sangue migliore che si possa trovare sulla piazza. In attesa di glorificare Lars Von Trier, basta riconoscere che il meglio degli ultimi anni è giunto dall’Oriente. E perché importare un regista da Taiwan, se il regista abita negli Stati Uniti dal 1978 ? Il complesso preambolo introduce il lettore paziente alle vicende di Ang Lee, ennesimo globalizzato dell’arte, che per realizzare un divertente contrappasso ha globalizzato i generi mitragliandoli poi con sapiente precisione sullo spettatore. L’escussione della sua filmografia restituisce un’immagine più simile a un "ordine degli studi", che a un iter artistico. Primieramente, due commedie che non possono non piacere all’americano spettatore, perché danno la sensazione di star seduti in un ristorante cinese senza dover pagare il conto alla fine. Banchetto di nozze e Mangiare bere uomo donna mostrano una tale abilità nella confezione del packaging narrativo da fare invidia a qualsiasi finisseur d’oltralpe. Come aspettarsi poi da Ang Lee una trasposizione austeniana che stringe il triangolo britannico/australe Thompson-Grant-Winslet tra Ragione e sentimento? E come immaginare una virata decisa sul dramma di costume, che puntigliosamente ricostruisce gli anni Settanta con un suadente contorno d’attori racchiuso nella fatidica Tempesta di ghiaccio? Non manca che un western avventuroso, un po‘ erotico e un po’ inusuale, nel quale mostrare le grazie inedite della bella cantautrice Jewel: ecco dalla mitraglia uscire le fiamme di Cavalcando col diavolo. È ben strano il clinamen della globalizzazione, nell’evolversi della carriera di Ang Lee. L’emigrante che viene assorbito dal sistema dei generi orchestrato dai suoi anfitrioni. Che fa persino lo storico di un periodo che ha vissuto in un altro paese. Che alla fine estrae dalla valigia di straniero non più solo il proprio intelletto, ma anche il proprio immaginario. La tigre e il dragone è uno straordinario film di arti marziali, ambientato in epoche che lo spettatore americano medio neppure per sentito dire potrebbe conoscere, che assorbe il meglio della narratività spettacolare hollywoodiana e la trasforma in un manicaretto guarnito da una polvere di stelle tutta asiatica, quanto ad attorialità. Mangiare e bere ad un banchetto di nozze che non è più né uomo né donna. Che accoppia la ragione del plot al sentimento della "bella lotta". Passata quindi è la tempesta di ghiaccio. E il diavolo ? Più che di fungere da cavalcatura, ha bisogno di uomini, fantasia, e cinema americano.

Riccardo Ventrella


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