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Intervista con Ridley Scott e
Anthony Hopkins
E’
un momento propizio per incontrare Ridley Scott. Il regista che ha
segnato importanti traguardi nel cinema contemporaneo, contribuendo allo
sviluppo del linguaggio filmico con autentiche pietre miliari, tra cui
"Alien", "Blade Runner", "Thelma & Louise",
Black Rain" ed altri, sembra aver ritrovato dopo "Il
Gladiatore", rinnovandolo, il suo inconfondibile vocabolario
stilistico. Sempre attento ad approfondire i motivi ed i passi intorno a
cui si sviluppa una leggenda, diventa forse per questo il regista ideale
nella direzione di un lavoro in cui è richiesto il confronto con un
personaggio leggendario, esprimendo con evidente chiarezza tutta la sua
identità di autore e indipendenza intellettuale, doti necessarie per
non lasciarsi intimidire dal progetto di realizzare un seguito ad un
illustre capolavoro. Semplicemente, Scott non è Demme, e "Hannibal"
non è "Il Silenzio Degli Innocenti". Ecco perché ogni
paragone diventa, criticamente, superficiale e superfluo. Per quanto
riguarda Anthony Hopkins, invece, non crediamo esista molto di cui
discutere intorno alle qualità di un attore che ha dato prova, anche in
episodi nel loro complesso non proprio convincenti, di esporsi comunque
come uno tra gli attori più espressivi degli ultimi venti anni di
cinema, nell’analisi dei quali il suo ruolo potrebbe persino
primeggiare.
Sir Hopkins, il cambiamento più evidente, rispetto a
"Il Silenzio Degli Innocenti", sembra essere la trasformazione
di Hannibal da eroe ad anti-eroe. Era necessario?
Non mi sembra esatto. Definire
Hannibal Lecter un eroe è tendenzialmente forzato. Semplicemente,
ne" Il Silenzio Degli Innocenti" tutta la storia era molto
diversa. Questo era il personaggio come Harris lo aveva dipinto, e a cui
noi abbiamo cercato di attenerci il più possibile. Non mi pare affatto
che questo lo trasformi in un personaggio politicamente corretto, come
alcuni hanno invece voluto rilevare.
Sir
Hopkins, perché, secondo lei, esiste tutta questa attrazione nei
confronti del male? Fino a che punto, anche a lei piace questo
personaggio?
Hannibal Lecter è un’incarnazione mitica, neoclassica. Mi piace
moltissimo, ma non mi posso affatto identificare in lui. Se intendete
chiedermi quanto ci sia di me in Hannibal, devo ricordarvi che è un
personaggio della fantasia, una finzione, e tra di noi esiste soltanto
un rapporto attore-personaggio. Hannibal è un lato oscuro, un’ombra,
e per questo mette il pubblico davanti ad un’invisibile aspetto del
loro inconscio. Forse è per questo, che piace così tanto.
Mr. Scott, sapeva che in Italia il film non è
sottoposto a censura? Secondo lei, perché?
Non ne ero al corrente e la cosa mi sorprende moltissimo!
Onestamente, non saprei risponderle. In America, il film è stato
vietato ai minori di 17 anni, in Canada ai minori di 13.
Mr. Scott, la Firenze che mostra, con il suo talento
visionario, è decisamente trasfigurata rispetto all’ immagine che gli
italiani sono abituati ad averne. Che accortezze ha usato per ottenere
questi risultati?
Volevo ricreare a Firenze un’atmosfera invernale, lasciare che
fosse un posto in cui Hannibal potesse davvero muoversi come un’ombra.
Ho cercato quindi, nonostante le riprese siano state fatte in primavera,
di trovare luoghi e momenti che potessero restituirle l’aria di un
tempo sospeso tra autunno e inverno, di darle la luce romantica che
potremmo trovare a Venezia.
Sir
Hopkins, quale personaggio l’ha colpita di più nella sua carriera, e
cosa significa per lei, recitare?
Hannibal Lecter, davvero! E’ un personaggio complesso, ricco di
dicotomie come la nostra stessa cultura. Firenze, ad esempio, è una
città splendida per arte e cultura, ma come la nostra storia, è
affogata nel sangue. La violenza sembra essere un elemento fondamentale
del nostro aspetto creativo. Ricordate le parole di Orson Wells ne
"Il Terzo Uomo": durante il Rinascimento, in Italia ci sono
state guerre, omicidi, crudeli monarchi, ma anche Leonardo, Raffaello e
Michelangelo. 400 anni di pace in Svizzera cosa hanno prodotto? L’orologio
a cucù. La seconda domanda, invece, mi viene posta molto spesso. Non
so. Non ne ho la più pallida idea. Lo faccio perché ritengo di avere
il talento per farlo. Non mi sono mai chiesto cosa rappresentasse nella
mia vita.
Dopo la sua esperienza nel 1996 come regista in
"August" Le piacerebbe tornare dietro la macchina da presa?
No, Mai! I registi sono i primi ad arrivare sul set e gli ultimi ad
andarsene! Seriamente, non ritengo di avere la fantasia necessaria per
coprire quel ruolo. Per il momento, sono soddisfatto del mio lavoro come
attore.
Mr.
Scott, in senso generico, qual è il suo atteggiamento nei confronti
della censura?
Questo è un argomento di cui potrei parlare per due maledette ore.
Ogni film in cui venga mostrata una scena di violenza riceve lo stesso,
iniquo trattamento. In "Hannibal", le sequenze più dure sono
sempre associate a riferimenti dichiaratamente ironici e mai potrebbero
diventare un falso modello comportamentale. Ci sono molti altri film e
molta altra televisione che invece fanno della violenza un uso gratuito
e incontrollato, ma la censura non riesce comunque a maturare una
distinzione. Fatemi dire che la censura è un dovere innanzitutto dei
genitori, un problema educativo: se io spiego ai miei figli perché non
vedere un determinato film, posso fidarmi di loro. Se i vostri figli s’introducono
di nascosto in una sala cinematografica, allora è soltanto colpa
vostra.
Francesco
Russo
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