:
Filmauro
PERSONAGGI E INTERPRETI
Dr. Hannibal Lecter: Anthony Hopkins
Clarice Starling: Julianne Moore
Paul Krendler: Ray Liotta
Mason Verger: Gary Oldman
Commissario Rinaldo Pazzi: Giancarlo Giannini
Allegra Pazzi: Francesca Neri



Sono
trascorsi dieci anni dalla fuga del Dr. Hannibal Lecter. In tutto questo
tempo, il mondo non è riuscito a dimenticarsi di lui. Non l’ha fatto
la legge, che tuttora è sulle sue tracce; non l’ha fatto l’opinione
pubblica, che colleziona oggetti e notizie sul cannibale, persino
ricette, ponendolo oltre il pubblico santuario dei suoi abnormi orrori;
non lo hanno fatto le sue vittime, che ancora chiedono pace e vendetta.
Questo demonio, nel frattempo, si è ritirato ad una vita più
silenziosa, nascosta tra le luci vitree e spettrali di una Firenze
sulfurea, affrescata dalle sue storie di sangue. Starling, aiutata da
qualche nuovo indizio, torna a cercarlo, ma non è sola: il magnate
Mason Verger, che l’incontro con Lecter ha distrutto nel corpo e nello
spirito, coltiva la stessa ossessione di Clarice.
Ridley
Scott, come autore, dirige un film in esemplare equilibrio
stilistico, legando con impercettibili modulazioni lunghissimi piani
esterni a totali interni che arrivano, infine, a convergere questa
proiezione poetica in modellati primi piani. La
sua attenta regia è efficace, come sempre, quando deve
addentrarsi, dimostrare i motivi della leggenda ed enfatizzarla con i
simboli, con le icone di richiamo evangelico che già potevamo trovar
sparse ne "Il Silenzio Degli Innocenti". Questo cannibale
(incarnazione del peccato poiché "peccatore è colui che ama il
male") non perde nulla rispetto al capolavoro, ma anzi, s’impreziosisce,
viene approfondito. Esteta della corruzione, intenzionale solo nei suoi
fini e non nelle cause scatenanti, Lecter è l’ombra
di Nosferatu con il dono della parola, la "forma"
della strega intravista dai bambini tra i vicoli di Haddonfield (la
cittadina di "Halloween"), la natura adulta degli orrori
infantili: è il profilo del male nei valori storici della nostra
moralità raccontato da Hopkins e Scott, che mostrano tutto, sulla carne
e sulla pelle, nell’aria, tra i colori e le luci. Hannibal, come ogni
demone, tinge ciò che tocca e attraversa delle sue stesse
sembianze.
La
difficoltà di prima evidenza, scorta in questo soggetto, è appunto nel
rispetto delle condizioni per cui Hannibal diventi l’epicentro di
tutte le corrispondenze simboliche, costringendo forse la sceneggiatura
ad una certa, inevitabile immobilità. Il talento di Scott, comunque, è
mirato all’integrazione concettuale: per dipingere l’universo
interiore del Dr.Lecter, questo deve necessariamente riflettersi sul suo
e prima di tutto sul nostro -di spettatori- mondo esteriore, come una
stanza di specchi che riverbera l’invisibile e modifica il contingente
(così come Firenze, irriconoscibile nel film dai suoi cittadini, ma
congeniale ad un mostro senza nome che la ricorda confusa tra lo
splendore e la morte, intimamente divisa tra arte e sangue). Chi
ne esce penalizzata, da questo parziale approfondimento, è
chiaramente la definizione dei personaggi che attorno a lui ruotano,
costituendo la principale e ineluttabile differenza con il suo
predecessore. Clarice stessa, sembra relegata ad un ruolo marginale. Il
finale crudo ed esplicito, poi, non mancherà nel tradire la fermezza di
alcuni spettatori. Il diavolo, come afferma lo stesso Hopkins, ha il
senso dello humor.