Anno VI - Numero 19 - Febbraio 2001

I film del mese


Intervista ad Agnes Jaoui

In quanti paesi è stato venduto il suo film?
Venticinque.

Al momento in cui è stato selezionato per l’Oscar, ha riscontrato reazioni di gelosia da parte degli altri autori?
Non mi pare, ma non potrei dirlo con certezza.

Come spesso accade nella commedia francese, il racconto è svolto con rara grazia e leggerezza. Qual è il segreto?
Difficile rispondere. Nel mio caso, qualcuno ha già ricordato il mio amore per Romher, ma la passione per i registi italiani come Risi, Scola e oggi Moretti ha una forte influenza sul mio lavoro. Comunque, è stato un impegno lungo e meticoloso, in cui io e gli attori abbiamo accuratamente evitato intellettualismi superflui e atteggiamenti troppo didattici, per sei mesi.

Lei stessa ha citato le sue influenze romheriane. Non le sembra il suo film, allora, un "racconto morale", viste anche le sue ambientazioni?
E’ vero, ma non dimenticate che questo è pur sempre il nostro punto di vista. Certamente abbiamo cercato di realizzare un film che sia anche etico, ma il resto e il senso che pensate di trovarvi, dipendono soprattutto da voi!

Più genericamente, ritiene di sentirsi ispirata dalla Nouvelle Vague?
Mi piacciono Rohmer e Truffaut, ho lavorato con Resnais, ma adoro anche la coppia Carné-Prevert. Eppure, non riesco parlare di un’effettiva influenza. Ammetto comunque, come Ettore Scola di cui ho da poco rivisto "C’eravamo tanto amati", che preferisco non dare il ruolo centrale ad un personaggio.

Lei ha scelto di ritagliarsi il ruolo più solitario, più doloroso. Perché?
Non sono del tutto d’accordo. E’ anche una donna libera, moderna, indipendente. Soprattutto, era un ruolo breve che mi ha permesso di dedicarmi alla regia.

A questo proposito, perché ha deciso di passare dietro la macchina da presa?
La scelta risale a molto tempo fa, mentre stavo lavorando a cuisine et dépendance. Siccome in Francia molti autori sono anche registi, mi chiesero di farlo. In ogni caso, già scrivendo si formavano nella mia fantasia immagini di ciò che avrei voluto veder rappresentato, ma non avendo esperienze di regia, avevo molta paura.

Rimanendo sull’argomento, lei utilizza una regia semplice e lineare. E’ dovuto ad una scelta o ad esigenze narrative?
Come ho detto, al momento di cominciare non conoscevo assolutamente la tecnica. Quindi ho scelto semplicemente di seguire con discrezione gli attori. Mi piacciono molto i piani sequenza mentre gli attori, tutti provenienti dal teatro, sono eccezionali nel gestire i ritmi del racconto.

Il suo film è pieno di figure di potere ma lei, comunque, sembra esprimersi con maggiore severità nei confronti dei gruppi intellettuali piuttosto che con l’industriale. Perché?
Ho preso ad esempio la figura di un imprenditore sciocco e superficiale che trova, alla fine, la forza d’amare. I gruppi intellettuali, in Francia, sono ancora molto chiusi ed elitari, presuntuosi. Come la moglie dell’imprenditore, non considerano la necessità di un cambiamento.

Francesco Russo

La critica al film


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