Venticinque.
Al momento in cui è stato selezionato per l’Oscar,
ha riscontrato reazioni di gelosia da parte degli altri autori?
Non mi pare, ma non potrei dirlo con certezza.
Come
spesso accade nella commedia francese, il racconto è svolto con rara
grazia e leggerezza. Qual è il segreto?
Difficile rispondere. Nel mio caso, qualcuno ha già ricordato il
mio amore per Romher, ma la passione per i registi italiani come Risi,
Scola e oggi Moretti ha una forte influenza sul mio lavoro. Comunque, è
stato un impegno lungo e meticoloso, in cui io e gli attori abbiamo
accuratamente evitato intellettualismi superflui e atteggiamenti troppo
didattici, per sei mesi.
Lei stessa ha citato le sue influenze romheriane. Non
le sembra il suo film, allora, un "racconto morale", viste
anche le sue ambientazioni?
E’ vero, ma non dimenticate che questo è pur sempre il nostro
punto di vista. Certamente abbiamo cercato di realizzare un film che sia
anche etico, ma il resto e il senso che pensate di trovarvi, dipendono
soprattutto da voi!
Più genericamente, ritiene di sentirsi ispirata
dalla Nouvelle Vague?
Mi piacciono Rohmer e Truffaut, ho lavorato con Resnais, ma adoro
anche la coppia Carné-Prevert. Eppure, non riesco parlare di un’effettiva
influenza. Ammetto comunque, come Ettore Scola di cui ho da poco rivisto
"C’eravamo tanto amati", che preferisco non dare il ruolo
centrale ad un personaggio.
Lei ha scelto di ritagliarsi il ruolo più solitario,
più doloroso. Perché?
Non sono del tutto d’accordo. E’ anche una donna libera,
moderna, indipendente. Soprattutto, era un ruolo breve che mi ha
permesso di dedicarmi alla regia.
A
questo proposito, perché ha deciso di passare dietro la macchina da
presa?
La scelta risale a molto tempo fa, mentre stavo lavorando a cuisine
et dépendance. Siccome in Francia molti autori sono anche registi,
mi chiesero di farlo. In ogni caso, già scrivendo si formavano nella
mia fantasia immagini di ciò che avrei voluto veder rappresentato, ma
non avendo esperienze di regia, avevo molta paura.
Rimanendo sull’argomento, lei utilizza una regia
semplice e lineare. E’ dovuto ad una scelta o ad esigenze narrative?
Come ho detto, al momento di cominciare non conoscevo assolutamente
la tecnica. Quindi ho scelto semplicemente di seguire con discrezione
gli attori. Mi piacciono molto i piani sequenza mentre gli attori, tutti
provenienti dal teatro, sono eccezionali nel gestire i ritmi del
racconto.
Il suo film è pieno di figure di potere ma lei,
comunque, sembra esprimersi con maggiore severità nei confronti dei
gruppi intellettuali piuttosto che con l’industriale. Perché?
Ho preso ad esempio la figura di un imprenditore sciocco e
superficiale che trova, alla fine, la forza d’amare. I gruppi
intellettuali, in Francia, sono ancora molto chiusi ed elitari,
presuntuosi. Come la moglie dell’imprenditore, non considerano la
necessità di un cambiamento.
Francesco
Russo