Anno VII - Numero 28 - Dicembre 2001

I film del mese


MONSOON WEDDING – MATRIMONIO INDIANO
(MONSOON WEDDING)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Mira Nair
Sceneggiatura
: Sabrina Dhawan
Fotografia
: Declan Quinn
Scenografia
: Stephanie Carrol
Costumi
: Arjun Bhasin
Musica
: Mychael Danna
Montaggio
: Allyson C. Johnson
Prodotto da
: Caroline Baron
(India, 2001)

Durata
: 114’
Distribuzione cinematografica
: Keyfilms

PERSONAGGI E INTERPRETI

Lalit Verma: Naseeruddin Shah
Pimmi Verma: Lillete Dubey
Ria Verma: Shefali Shetty
Aditi Verma: Vasundhara Das

A Nuova Dehli, mentre si avvicina il tempo delle piogge monsoniche, una famiglia si ritrova per organizzare il matrimonio di una delle tre figlie. Tra il trambusto dei preparativi e i disordini domestici, nessuno tranne la sorella sembra accorgersi del distacco della promessa sposa, fresca del suo difficile amore per Vikram, presentatore televisivo sfacciato e di bell’aspetto. Intanto, dall’America giunge l’uomo con cui dovrà unirsi in matrimonio, un giovane ingegnere di origini indiane. Confusa e turbata dalla prospettiva di dover abbandonare la sua terra, Aditi fugge e torna a gettarsi tra le braccia dell’amante. Attorno alla sua vita ne scorreranno tante altre intimamente intrecciate; piccole e dense storie di famiglia che, alla fine, diventano altrettanto imprescindibili. 

Un film leggero e lontano dall’abuso d’impliciti, con un insolito sguardo sulla commedia francese di cui, infatti, ha molti tratti somatici. È dinamico, insolente, diretto nel suo percorso di tesi e catarsi che conduce inevitabilmente ad una ciotola di codici morali, prossimo ad un linguaggio che è endemico nello scenario europeo e apprezzato da un ampio settore delle arti rappresentative. Il rigoglioso contenitore asiatico, al contrario, si è sempre esposto con cautela alle influenze di una comicità eccessiva e indirizzata, preferendo iter meno lineari. La sobrietà di questa pellicola, allora, la rende già un piccolo evento, pur non rappresentando niente di nuovo ed ecumenico.

Qui il segreto è soprattutto nel montaggio di Allyson C. Johnson, fluido e ben strutturato, che si adatta alle frequenti variazioni di ritmo senza influire sull’attenzione del pubblico. La Nair ("Missisipi Masala", "Kamasutra", "Salaam Bombay"), invece, dirige con compostezza e si concede poche licenze, fedele al suo stile generoso di professionalità quanto avido di voli pindarici, con cui realizza un’ordinaria spirale di eventi preconfezionati che trascina con sé abusate storie di pedofilia, incomunicabilità, crucci del cuore e quotidiane speranze, accompagnate da balli e da corrispondenze metaforiche ordinarie. Ma come spesso accade, trame disallineate trovano il sostegno di un cast d’eccezione. Non tutti i protagonisti sono memorabili, ma alcuni di loro riescono a proteggere la stabilità di un impianto cedevole, dimostrandosi, al pari della montatrice, i veri autori del film. Allo spettatore decidere se questo Leone D’Oro sia o meno meritato.

Francesco Russo


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