Alberto Colombo:
Maurizio Nichetti
Margherita: Maria de Medeiros
Cri Cri: Jean Rochefort
dr. Anselmi: Renato Scarpa
Marilda: Paulina Galvez



A
più di vent’anni di distanza l’ingegner Colombo di "Ratatataplan"
si ritrova immerso nel grigiore e nella routine di un vita regolare:
impiegato in una multinazionale in cui vige l’uso di una storpiata
lingua inglese, con una moglie in carriera in un Mc Donald’s e
refrattaria ad ogni idea di maternità. A rompere la noia interviene l’allettante
trasferimento di Colombo a Melancias, paesino del non ritorno di tanti
suoi colleghi in passato. Con il compito preciso di rintracciare
petrolio, Alberto viene spedito in una landa desolata all’altro capo
del mondo, con un fascinoso e attempato playboy francese a fargli da
Cicerone. Ma la sorpresa, che non sarà il petrolio né una megasede
della multinazionale piantata in quel paesaggio sperduto, deve ancora
venire, e si affaccia agli occhi di un Alberto sbigottito e divertito
nelle sembianze nude di una ragazza che si offre a lui quasi con vorace
necessità… Il paradiso di ogni uomo si apre sulla strada
polverosa di Melancias, popolata da centinaia di donne, lasciate sole
dagli uomini costretti ad emigrare per sopravvivere. Colombo, inebriato
da tanta grazia, si abbandona alle cure delle donne e soddisfa la sua
voglia di paternità per ben sette volte!
Nichetti
non sbaglia, e fa trapelare dalle immagini vivissime del film tutta la
sua vena comica e il suo talento fumettistico. Innamorato del vecchio
cinema e delle storie disegnate, con un’espressività corporea e una
forza mimica che ce lo fa sempre immaginare tra le righe di un
giornalino con la nuvoletta di parole sulla testa, Nichetti mescola qui
con leggerezza, ironia e critica nei confronti della società moderna.
Ce n’è un po’ per tutti: dai lavavetri al mobbing, dall’uso
indiscriminato (e spesso incomprensibile) dell’inglese a tutti i
livelli, all’incapacità degli uomini e delle donne di trovare lo
spazio e la voglia di essere padri e madri, dalla necessità dei
lavoratori dei paesi poveri di scappare dalle proprie terre alla
mancanza di acqua che è mancanza di vita. Niente male per un film che
riesce a far ridere e a pensare, che scivola in un surrealismo per
niente fastidioso, con l’unico intento di rendere ancora più
esasperati certi toni, in positivo e in negativo.
Girato
interamente in digitale (secondo in Europa solo a "Fratello dove
sei?" dei fratelli Coen), "Honolulu Baby" è un film che
sfrutta l’enorme duttilità espressiva dei colori e dei suoni,
subordinando le parole ad un linguaggio che rapisce l’occhio e
abbandona un po’ le canoniche vie dell’intrattenimento
cinematografico degli ultimi anni. Non passerà alla storia, ma uscire
da una sala divertiti non capita spesso, e Nichetti
assolve al compito originario del cinema, troppo spesso dimenticato:
intrattenere.